L’ombra del test genetico, che si allunga di nuovo sul corpo delle donne, non è solo una questione di sport: è una sfida a una società imbrigliata nel binarismo! La scienza ci invita alla riflessione, ma è la cultura sportiva che deve fare il salto: abbandonare il passato, lasciare la tentazione di risolvere questo tema complesso con mistificazioni lesive della dignità e con semplificazioni irrispettose della diversità umana, unica verità indiscutibile che non potrà che consolidarsi col progredire del sapere.

In fondo, lo sport è sempre stato un laboratorio sociale, un terreno di continuo scontro tra i valori che veicola e i limiti del suo modello di gestione; tra la sua straordinaria capacità di mettere in discussione ciò che sembrava immutabile e il suo altrettanto straordinario radicamento in pregiudizi e discriminazioni, come in pochi altri ambiti dell’attività umana. Questa volta però la questione è di vita o di morte: o lo sport accetta di evolversi e diventare uno spazio capace di accogliere con credibilità la complessità della natura umana, oppure rischia di perdere la sua funzione più nobile, ovvero di essere specchio e motore di una società più giusta.