La bellissima analisi semiotica dell’immagine di Xi Jin Ping e della parata “nucleare” con cui ha sfidato l’egemonia (che oggi è soprattuto bellica) americana. E’ di Duilio Giammaria per Domani del 4 settembre 2025.
Il presidente ha indossato lo stesso abito con cui il padre della Cina moderna è raffigurato nel ritratto quadrato che sovrasta la facciata principale della Città Proibita. Non è un caso, ovviamente. Come non lo sono le nuovissime uniformi, dalle soldatesse e dai soldati, e l’auto blindata di Putin.
In un paese in cui gli ideogrammi costituiscono un sistema di scrittura, le immagini svolgono un ruolo cruciale in ogni aspetto della vita pubblica e privata.
La parola Cina si scrive in due ideogrammi: un rettangolo e una barretta in mezzo che rappresenta il centro e un altro rettangolino composito che indica il concetto di stato sino a comporre Zhongguo [da pronunciare “Gionguo”, nota mia], ovvero Impero di Mezzo, il paese, che ieri come oggi si sente al centro del mondo.
È per questo che Xi Jinping ha indossato l’abito di Mao, lo stesso con cui il padre della Cina moderna è raffigurato nel ritratto quadrato che sovrasta la facciata principale della Città Proibita di Pechino. Il dress-code della “sahariana” in versione maoista simbolo della austerità e della uniformità del popolo, insieme all’auto ufficiale, una limousine nera in stile vintage ovvero quando la Cina importava tecnologia motoristica dall’Urss, serve a dire al mondo: noi siamo sempre gli eredi di quella tradizione maoista.

Ovviamente non è più così vero: la formidabile sfilata per celebrare la fine della Seconda guerra mondiale in Asia è il palcoscenico in cui identità storiche altamente simboliche, si fondono con la sfida tecnologica dei nuovi missili supersonici e delle più sofisticate tecnologie serve a dire che la Cina attuale è molto diversa da quella maoista: allora il paese era relegato nei propri confini tanto era debole e deindustrializzato, mentre oggi la grande macchina industriale è invece del tutto proiettata verso l’esterno.
Il grande vertice di queste ore che ha riunito Vladimir Putin, Narendra Modi, Kim Jong-un e molti altri, in totale 26 leader, serve proprio a indicare che l’egemonia tecnologica, industriale, tecnologica, bellica degli Usa è contendibile.
Le modernissime uniformi da parata indossate da una miriade di giovani soldatesse e soldati in una sfilata altamente coreografata contribuiscono a ricordare che la Cina non è più quel paese che vende prodotti di basso costo e qualità è un paese leader nelle tecnologie di punta, vedi DeepSeek e Alibaba, che è leader nella produzione di veicoli elettrici e la più vasta penetrazione di veicoli elettrici nelle strade della città, una capacità tecnologica che si esprime anche nella produzione di sistemi d’arma ormai in grado di competere con quelle americane.
Grande impressione tra gli osservatori militari hanno fatto i giganteschi droni sottomarini, veri e propri robot in grado di portare missili ai quattro angoli dell’oceano cinese, quell’oceano acifico che sempre più la Cina considera mare nostrum. I leader invitati, anch’essi da decifrare con le loro mise: compassata e occidentale quella di Putin, come si trattasse di una spia che deve dissimularsi in un power party occidentale, [:-))) d’altra parte quella è stata la scuola, nota mia] Modi con il suo gilet Nehru, dal caratteristico colletto, Kim Jong l’enfant terrible nord-coreano felice di sentirsi il corteggiato leader di questo vertice, arrivato dopo un viaggio di due giorni con la sua opulenta camicia nera pensata per dissimulare la sua obesità. L’ultima volta che un leader nordcoreano, il padre di Kim Jong-un, era stato invitato in una simile cerimonia era il lontano 1959.
Poi ci sono gli oggetti anch’essi cruciali nella ritualità del potere: l’auto di Vladimir Putin, la “bestia” russa usata come vero e proprio ufficio ambulante per bilaterali super riservati: è ovvio che i lunghi giri panoramici in cui Modi prima e Kim dopo sono stati invitati, indicano che il background da Kgb di Putin gli suggerisce che non c’è altro modo di non essere intercettato che chiudersi in un ambiente piccolo, mobile, blindato, dotato di ogni genere di jammer in grado di prevenire e cancellare i sofisticati sistemi di captazione di cui dispone l’alleato cinese.
In una Cina in grado di tenere i cieli puliti dallo smog spegnendo centrali termiche e industrie ogni qualvolta sia necessario, come nel caso di questa spettacolare sfilata, in grado di invitare intorno alla Città Proibita, sede del potere assoluto degli imperatori per più di un millennio, la rappresentazione del nuovo baricentro orientale, è quella che Trump non può che considerare sfidante.
Da una parte una grande potenza occidentale ripiegata su sé stessa con il suo datato e secondo molti economisti inefficiente sistema di tassazione delle merci estere che finirà per alimentare inflazione domestica, dall’altra un gruppo di paesi diversissimi tra loro ma uniti dalla necessità di un nuovo equilibrio, più o meno antagonistico con il colosso americano.
Il tweet di Trump a Xi («cospiri contro gli Usa») indica che l’obiettivo è stato centrato.




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