A Washington con Trump, Meloni ha coniato lo slogan «Make the west great again» e ha fatto esplicito riferimento a una “civiltà”. Il discorso non è privo di fondamento storico. Ma i riferimenti storici utili a sostanziarlo sembrano indicare proprio un senso opposto a quello identitario.
L’Occidente viene spesso evocato in chiave identitaria. Solo per citare un esempio recente: a Washington con Donald Trump, Giorgia Meloni ha coniato lo slogan «Make the west great again» e ha fatto esplicito riferimento a una “civiltà”. Il discorso non è privo di fondamento storico. Ma i riferimenti storici utili a sostanziarlo, se osservati correttamente, sembrano indicare proprio un senso opposto a quello identitario.
Sin dalle guerre persiane, Erodoto concepisce lo scontro tra le città greche e l’impero come un conflitto tra libertà e dispotismo, dunque tra un sistema plurale e uno monocratico. Anche l’evocazione di radici “ebraico cristiane” – che nel discorso identitario dovrebbero fornire una garanzia teologica al piano politico – ha senso solamente se interpretato in senso non escludente.
L’ebraismo nella cristianità
L’antisemitismo, infatti, è forse per eccellenza il peccato originale della coscienza occidentale. Se già l’impero romano e la cultura greca incontrano un ostacolo strutturale di fronte al monoteismo ebraico, il cristianesimo come identità specifica sorge da una progressiva separazione, distinzione, e poi contrapposizione con l’ebraismo.
Nei secoli della sua diffusione il cristianesimo diventa effettivamente fondamento e collante culturale di una civiltà; ma nella cosiddetta cristianità l’ebraismo è visto con un costante sospetto – e viene costantemente perseguitato. Ritenuto inassimilabile, perché di principio al di fuori del perimetro che appunto definisce l’identità stessa della cristianità.
Nel dopoguerra la categoria di occidente si è affermata e rafforzata con il riferimento a una tradizione ora definita “ebraico-cristiana”. La teologia cristiana ha finalmente approfondito la sua innegabile dipendenza dall’ebraismo, e si è riconosciuto il valore e il patrimonio millenario della cultura ebraica.
Alcune voci dell’ebraismo hanno poi interpretato l’antisemitismo in un senso lato, ossia come paradigma dell’esclusione della diversità. In virtù di tutto ciò, la categoria di “ebraico-cristiano” – già di per sé plurale – può avere senso solo se significa la presa d’atto che l’identità è sempre contaminata e sfugge a una piena coincidenza con ogni definizione. Trasformarla in una affermazione identitaria nuovamente escludente significa pervertirne non solo l’origine, ma anche il significato: cos’è il messaggio biblico se non accoglienza del debole, dell’orfano e della vedova, dello straniero?
Questa riflessione teologica è affiancata dalla riflessione filosofica, che mostra che un discorso sull’“identità” ha senso logico solo se gli elementi coinvolti – da definire poi eventualmente “identici” – sono almeno due. Ma su un piano meno astratto, la questione vale ancora una volta a livello politico. L’occidente non può non riconoscere, ad esempio, che l’Islam, o già il paganesimo greco e romano, costituiscono tappe decisive nella sua storia. L’occidente non può non riconoscere che l’oriente rappresenta una tradizione almeno altrettanto ricca, nobile – e oggi potente – in grado di competere con ogni presunto primato.
L’identità è certamente indispensabile a un individuo e a una comunità, ma ogni identità sorge in una storia ed è frutto di contaminazione. Le genealogie familiari, le culture, le lingue, le popolazioni sono attraversate dai contributi e portati molteplici. Le identità sono perciò sempre in divenire e non sono mai legate a un elemento essenziale assoluto e immodificabile: non possono che essere inclusive, perché la loro stessa natura è plurale. Il percorso culturale dell’occidente è esattamente il guadagno di questa consapevolezza – teologica, filosofica, politica. L’occidente è plurale e inclusivo, o non è.



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