Ingrid Basso. Sulle tracce di un esploratore eccentrico

by gabriella

In occasione dell’uscita per Iperborea de Il fantasma di Lumholtz, Ingrid Basso ha intervistato l’autore, Morten Strøksnes che ha tratteggiato il ritratto dell’esploratore che ha saputo trasformare il suo sguardo coloniale in una consapevole osservazione comparativa. Tratto da IlManifesto.

Carl Lumoltz (1851 – 1922)

Perché scrivere di Carl Lumholtz oggi?
Non ho scritto quest’opera perché ritenessi urgente far conoscere Lumholtz al mondo. Eppure quest’uomo ha vissuto un’esistenza molto ricca e quel che mi ha affascinato di lui è tutto ciò di cui si è circondato, la dimensione globale della sua vita: i luoghi che ha visitato, le persone con cui ha vissuto e che ha studiato.

In Europa e negli Stati Uniti frequentava gli ambienti più altolocati, ma allo stesso tempo ha trascorso anni sul campo per studiare i popoli più «primitivi» della terra. Mi servo di Lumholtz come di un prisma, un mezzo per scoprire il suo mondo – e osservarlo attraverso i miei viaggi sulle sue tracce.

Lumholtz è una figura storica, ma è anche il protagonista della sua narrativa: crede sia possibile ricavare un «arco di trasformazione» del personaggio? E dei presupposti teorici della sua antropologia culturale?

Sì, certamente. Con il passare degli anni, da teologo borghese è diventato sempre più una specie di hippie: ha iniziato a considerare uguale il valore di tutte le persone e culture; inizialmente impagliatore, ha sviluppato un’avversione per l’uccisione degli animali ed è diventato consapevole dei lati distruttivi e corruttori del colonialismo e del capitalismo della civiltà occidentale. Questo aspetto, in una certa misura, influenza anche la sua antropologia culturale, per quanto non si sia distinto per particolare originalità scientifica. Fu però un pioniere dell’osservazione partecipante tra culture aliene per l’Occidente. Umanamente non era né un santo né un diavolo, nonostante alcune sue eccentricità: era un uomo piuttosto tipico del suo tempo. Ma è proprio questo a renderlo interessante.

Parliamo di globalizzazione: naturale e culturale. Dal suo testo sembra che gli esiti di questo processo siano più distruttivi che arricchenti, usa spesso la parola «eradicazione» anche nel caso delle realtà umane: è d’accordo?
Sono d’accordo. Però non è stato tutto negativo. Lumholtz e i suoi contemporanei erano convinti che i cosiddetti popoli «primitivi» fossero destinati all’estinzione, non potendo sopravvivere all’incontro con la presunta superiorità della civiltà occidentale. Fortunatamente non è stato così. Queste idee facevano parte più che altro di un’ideologia autoassolutoria, ammantata di ogni sorta di teorie culturali e biologiche solo speculative. Basti guardare a come oggi, più o meno, veneriamo i popoli indigeni «primitivi» che allora erano considerati «selvaggi»: per la loro vicinanza alla natura, per una saggezza ritenuta superiore alla nostra, e così via. Trovo però anche questo atteggiamento piuttosto sciocco e condiscendente. È il vecchio mito rousseauiano del «buon selvaggio», che Lumholtz riconosceva e al quale, in parte, aveva anche aderito.

Attraverso i diari di Lumholtz impariamo che tra i Tarahumara del territorio del Chihuahua vige la completa parità tra i sessi – sono i padri a occuparsi dei lattanti –, ma che nei fiumi c’è differenza tra maschio e femmina: è davvero possibile secondo lei comprendere, oltre che descrivere per via differenziale, una cultura completamente diversa dalla nostra?
Esiste senza dubbio una barriera alla comprensione. Alcuni aspetti della cultura – ma forse addirittura la cultura nella sua interezza – sembrano impossibili da attraversare concettualmente mediante le nostre categorie: ci sono metafisiche complesse, ma anche l’insieme delle consuetudini lo è. La cultura non riguarda solo logica e conoscenza, ma anche i sentimenti. Sarebbe impossibile per me, per esempio, diventare davvero un italiano, un aborigeno o qualcosa di diverso da ciò che sono. Ci sarebbero sempre aspetti che non comprenderei.

In The Passenger lei ricorda che con la Pace di Kiel del 1814 la Danimarca cedette la Norvegia ma mantenne il controllo sull’Islanda, sulla Groenlandia e infine sulle subartiche Faroe. Sembra che l’altro firmatario – la Svezia – avesse persino dimenticato l’esistenza di queste ultime, o le considerasse di scarso interesse. Con la guerra fredda le cose sono cambiate e oggi i territori artici sono tornati al centro di accese contese geopolitiche: come vede il futuro dell’Artico?
Proprio come durante la prima guerra fredda, l’Artico oggi ha una grande importanza strategica sia per la Russia sia per gli Stati Uniti, e adesso anche per la Cina, che sta lavorando intensamente per ottenervi un punto d’appoggio.

Con lo scioglimento dei ghiacci e le potenziali nuove rotte commerciali, la questione riguarda sia le risorse sia la geopolitica. Allo stesso tempo, molte delle regole e degli accordi della guerra fredda non esistono più. La situazione è più volatile e i principali leader politici sono evidentemente più imprevedibili, persino un po’ folli e anche molto infantili. Trump sembra deciso a smantellare il vecchio ordine globale e vuole fondare le decisioni degli Stati Uniti sul proprio senso morale, la qual cosa è inquietante, dato che il suo senso morale è palesemente corrotto e guidato da vanità, egoismo e avidità.

La Russia finora nell’Artico si è comportata in fondo in modo prevedibile e responsabile e la cooperazione con la Norvegia – ad esempio sulle importanti risorse ittiche del Mare di Barents – ha funzionato bene. Tutto questo potrebbe cambiare se Trump dovesse imporre l’anarchia o principi neocoloniali come standard aperto delle relazioni internazionali. È scomparsa persino la pretesa di rispetto per il vecchio ordine mondiale, un mondo di leggi e regolamenti concordati reciprocamente e in larga misura creato proprio dagli Stati Uniti. Dobbiamo sperare che nel sistema politico statunitense esistano ancora contrappesi e meccanismi di controllo in grado di arginare le idee più folli di Trump, come quella di prendere la Groenlandia. Oppure che il Partito Repubblicano riesca a tenerlo a freno, non tanto perché sia imbarazzante o immorale, ma perché sta evidentemente danneggiando gli interessi degli Stati Uniti, a beneficio di Russia e Cina. Ma accadrà davvero? È molto difficile dirlo. Non so cosa pensare: il gioco non sembra più fondarsi sulla razionalità, nemmeno su quella più cinica.

 

Print Friendly, PDF & Email


Comments are closed.


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: