L’era dei genitori FAFO (Fucking Around and Find Out)

by gabriella

Una sintetica ricognizione del dibattito pedagogico intorno al metodo FAFO: fai come ti pare ma te ne assumerai la responsabilità, lanciato su Tik Tok da una influencer e ripreso perfino da Musk e Trump.

Intervistato a margine dell’ilustrazione del problema al pubblico italiano, Daniele Novara ha tagliato abbastanza corto, rinunciando a spiegare quali sono i caposaldi di una pedagogia libertaria autentica: Montessori, ma anche Rousseau al quale si è ispirata e del quale non ha ripreso l’intero quadro filosofico politico di riferimento.

Da discutere in classe (mobilitando tutti i riferimenti).

L’articolo è uscito su Repubblica del 30 luglio 2025 con un’intervista al pedagogista Daniele Novara.

Mamme e papà di pargoli capricciosi, indietro tutta.

Gli approcci educativi che hanno dominato la cultura del “parenting” negli ultimi decenni non pagano. Fallito l’approccio “gentile”: dove ci si sforza di essere sempre comprensivi, dando ampie spiegazioni ai piccoli. Così come quello iperprotettivo dei “genitori elicottero” ossessionati dal controllare le vite dei figli per evitare il fallimento. O degli “spazzaneve” impegnati a eliminare gli ostacoli dai percorsi dei loro rampolli. Lo sforzo di mantenere la calma anche davanti alle bizze più esasperanti, così come quello di crescere personcine che non abbiano bisogno di uno psicanalista cui confidare traumi infantili, ormai lo dicono le statistiche, ha trasformato i ragazzi della Generazione Z in adulti fragili. Più incapaci di gestire relazioni amorose e di lavoro perché non hanno mai ricevuto dei no. E particolarmente inclini a soffrire di ansia e depressione: abituati come sono ad avere qualcun altro sempre pronto a risolvere i loro problemi.

Lo conferma il Wall Street Journal citando numerosi studi. Da quegli Stati Uniti dove ormai da anni ci si scervella sul modo migliore per crescere figli sereni, arriva dunque una nuova tendenza educativa: il “Fafo”. Acronimo dell’esplicito “Fucking Around and Find Out”, liberamente traducibile con “fare sciocchezze e pagarne il prezzo”. Si basa infatti sull’idea che solo l’esperienza fatta sulla propria pelle aiuta a crescere. I genitori, certo, hanno la responsabilità di mettere i figli in guardia e guidarli. Ma se poi il ragazzino si oppone, sarà lui a subirne le conseguenze.

Per dire: non si vuol mettere l’impermeabile? Si bagnerà tornando a casa. Non gli piace la cena? Sta a digiuno fino a colazione.

Il fenomeno, questa volta, non è predicato da qualche espertone di psicologia infantile. Nasce online. Almeno così racconta l’influencer Kylie Kelce, classe 1992 e cognata del noto campione di football Travis Kelce (il fidanzato di Taylor Swift, per intenderci), conduttrice del podcast Not Gonna Lie sul podio dei più scaricati del 2024. È stata lei a parlare per prima di un fenomeno nato su TikTok: attraverso i video virali di mamme intente ad applicare il metodo, taggandolo appunto con l’hashtag #Fafo.

L’acronimo è parte del gergo afroamericano e si è diffuso nei primi anni Duemila. Ma a renderlo davvero pop è stato Elon Musk (ancora lui!) durante la diatriba con Kanye
West del 2022, quando chiuse l’account del rapper dopo che questi aveva condiviso una svastica, postando come unica spiegazione quelle semplici quattro lettere.

Piaciute evidentemente anche al presidente Donald Trump: perché pure lui ne ha fatto uso sul suo social Truth durante la disputa con la Columbia University di qualche mese fa: quando, minacciando di tagliare i fondi al campus, ha postato una sua immagine ritoccata con la scritta “Fafo”. E infatti nell’America più divisa che mai qualcuno sta già trasformando il dibattito sul metodo educativo reso celebre da una podcaster di sinistra in un sistema che piace ai maschi di destra, che lo considerano anti “woke”: perché, dicono, non consente debolezze.

Per fortuna gli esperti garantiscono che le cose non stanno esattamente così. La dottoressa Tamara Glen Soles, fondatrice del Secure Child Centre for Families and Children ed esperta di benessere infantile, dice al sito Parents.com che

«il metodo è appropriato ogni volta che l’impatto delle scelte di un bambino non rappresenta un pericolo né viola i diritti altrui. Se il piccino non mangia, prima o poi avrà fame. Può essere spiacevole, ma se salta un pasto o uno spuntino, non corre nessun pericolo».

Insomma, per l’esperta il Fafo è un modo efficace di far comprendere la relazione causa-effetto e può anche aiutare a sviluppare il pensiero critico, permettendo ai bambini di sentirsi

«autorizzati a prendere decisioni autonome piuttosto che accettare incondizionatamente tutto quel che dice una figura autoritaria». Ma raccomanda:

«Quando si usa questo approccio bisogna fare attenzione a non rispondere con commenti come: “Te l’avevo detto che ti serviva una giacca, ma non mi hai ascoltato”».

Perché in questo caso il bambino sarà meno propenso a interiorizzare la lezione. Non farà cioè sua l’esperienza. Rischiando di diventare l’ennesimo giovane adulto troppo fragile.

L’intervista a Daniele Novara.

Daniele Novara

Daniele Novara, lei che è pedagogista e dirige il Centro psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti, cosa pensa del “Fafo”?

«Mi sembra un’emerita stupidaggine, una parodia del cognitivismo».

Perché è così tranchant?

«È un approccio senza alcuna base scientifica. Come ci ha spiegato Jean Piaget e hanno confermato le neuroscienze, i bambini non hanno, almeno fino ai 10-11 anni, il senso delle conseguenze, se non sul piano strettamente pratico. Su base istintuale vogliono uscire in maglietta anche quando piove, ma lasciarli fare non gli insegnerà nulla. L’idea che i bambini debbano ragionare da soli non è il metodo Montessori, è il suo contrario».

Chi sostiene il “Fafo” ritiene che sia la via per superare “l’educazione gentile” che alla Gen Z avrebbe fatto solo danni. «Resto scettico. Certo, da trent’anni viviamo un’era narcisistica in Occidente che ha infragilito i genitori».

Cosa significa “genitori fragili”?

«Mamme e papà che fanno fatica ad assumersi la responsabilità dell’educazione. Non ci si può mettere alla pari con i figli. Il ruolo genitoriale necessita impegno,
dedizione, sacrificio. Non puoi fare tutte le sere l’happy hour, perché i bimbi non ce la fanno fisicamente».

Che conseguenze ha avuto questa fragilità sui bambini?

«Si può definire ansia, ma nella scuola si vede bene un aumento delle neurodiagnosi: deficit dell’attenzione, spettri autistici, disturbi oppositivi, oltre a disgrafia e dislessia.

Ho visto in studio bambini di 4 anni che dormivano solo otto ore perché i genitori non erano in grado di organizzarsi e aspettavano che crollassero per metterli a dormire,
come vorrebbero quelli del “Fafo”.  Quei bambini, alla loro età, non imparano che se vanno a letto tardi il giorno dopo sono stanchi. L’unica conseguenza è che perdono almeno tre ore di sonno a notte con ripercussioni tragiche. A fronte di una generazione di genitori che decide di rinunciare al proprio ruolo educativo, anche perché non aiutati dalla società, continuamente pressati e colpevolizzati, i bambini ne fanno le spese».

C’è, nei genitori di oggi, anche una opposta tendenza a risolvere tutto al posto dei figli?

«Sì, da quando i figli sono diventati super preziosi, da conservare più che da educare. Ma torniamo lì: il tema non è abbandonarli, ma educarli. Né lasciarli sotto la pioggia, né iperproteggerli».

Qual è il punto di equilibrio?

«L’organizzazione educativa: lavorare su abitudini pratiche, concrete».

Cosa significa?

«Affermazioni procedurali, comunicazioni di servizio, quasi distaccate: “è ora di lavarsi i denti”, “è il momento di andare a letto”, “nel lettone dormiamo noi genitori perché
dobbiamo stare comodi per riposarci”.

Non servono grandi spiegazioni, psicanalisi sul perché sia corretta l’igiene personale. Ma neanche, come propongono gli americani, lasciare la discrezionalità della  decisione ai bambini che non sanno cosa farsene. Sa anche perché è bella l’infanzia?».

Perché?

«Perché non si ha l’incombenza di decidere: almeno per dieci anni lo fanno altri per noi su molte cose. L’approccio “Fafo” pretende invece che i bambini, senza background, ce la facciano da soli. Montessori si rivolta nella tomba. Se volevano far arrabbiare i pedagogisti ci sono riusciti».

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