Ci sono uomini che raccontano la storia e ce ne sono altri che la incarnano, la portano sulla pelle, nella voce e nella fame mai finita. Mario Candotto era uno di questi. È morto ieri a 99 anni, nella sua casa di Ronchi dei Legionari. Il giorno prima aveva amcora parlato con un gruppo di studenti. Di solito diceva:
Quello che vi racconto è la pura verità, ma se non l’avessi vissuta, non ci crederei.
Candotto non è stato solo un partigiano, un deportato, un testimone. È stato un uomo allegro. Lo ha ricordato così anche Gad Lerner che raccolse la sua voce per Noi, partigiani. Una definizione che, accostata a Dachau, suona come un ossimoro. E invece è tutto lì, il cuore del suo messaggio: si può sopravvivere e si può farlo anche senza cedere all’odio.
Nato il 2 giugno 1926 a Porpetto, nella Bassa friulana, Mario era creciuto in una famiglia semplice, di forte spirito laico. Il padre era sacrestano, ma fu espulso dalla comunità dopo che uno dei suoi figli rifiutò il seminario. A quattordi anni Mario lavorava a Monfalcone nei cantieri navali, un luogo che lui stesso definì «fucina di antifascismo». Attorno, le tensioni della guerra si facevano sentire nei corpi e nelle fabbriche: cibo razionato, ordini gridati, camicie nere dappertutto.










In questo articolo, dedicato alla memoria del 25 aprile, Roberto Scarpinato spiega
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