Vanessa Roghi, Cosa significa scuola difficile

by gabriella

Tratto da Repubblica del 31 agosto 2025.

Si parla tanto della necessità di una scuola più difficile, come sinonimo di una scuola di qualità.

La scuola facile, si dice, penalizza soprattutto le persone più svantaggiate che avranno, se lo avranno, un diploma di serie B. Lo dicono intellettuali di destra ma anche di sinistra, lo dicono personalità politiche, docenti universitari. Lo dicono, spesso, nascondendosi dietro il fatto che già l’aveva detto Antonio Gramsci che è entrato (suo malgrado) nel Pantheon di tutti, evidentemente.

E quando si cerca di capire cosa si intenda per scuola difficile la risposta è quella più ovvia: maggiore durezza nelle  valutazioni, più compiti a casa, più selezione, più bocciature.

Del resto, è la vita stessa che lo chiede: non è un pranzo di gala, occorre impararlo presto, fin dai banchi di scuola.Se qualche dubbio poteva essere insorto sull’origine ideologica e pedagogica dei rimedi proposti per rendere la scuola più “difficile”, questo tipo di chiosa sgombra il campo da ogni equivoco. È chiaro che la parola “difficile” è usata non nel suo primo significato:

“non facile, che richiede quindi sforzo, fatica, attenzione, abilità”,

bensì nel secondo, riportato dal vocabolario:

“penoso, critico”.

Sarebbe meglio essere esatti, allora, essere onesti, e dire le cose come stanno: chi vuole una scuola “difficile” ovvero con più compiti e bocciature, vuole in realtà una scuola penosa, dolorosa, lacrimevole, miseranda, triste.

Ma a questo pensava in carcere Antonio Gramsci?

L’intellettuale comunista nemmeno per un secondo nella sua vita ha pensato che per i più poveri la scuola dovesse essere penosa. Scritte fra le mura del carcere quanto emozionano ancora oggi le lettere ai figli nelle quali rievoca la sua educazione nei campi, e quelle alla sorella a parlare del sardo e della necessità di usare quella lingua come palestra di immaginazione.

E quando, sui Quaderni, anch’essi compilati nella prigione fascista, individua nell’attivismo un nodo problematico da sciogliere, e nello sforzo un essenziale strumento educativo, sappiamo bene di cosa sta parlando: la figura dell’insegnante non può scomparire, il laissez faire non funziona.

«Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Agitatevi, perché avremo bisogno di tutto il nostro entusiasmo. Organizzatevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra forza».

Bruno Ciari (1923 – 1970)

Istruitevi, agitatevi, organizzatevi. Si fa fatica a farlo, ma non c’è pena, non c’è noia. Già lo notava nel 1962 uno dei nostri migliori maestri, Bruno Ciari, quando discutendo con alcuni suoi compagni di partito che citavano Gramsci come lo si cita oggi, per giustificare la scuola penosa, scriveva:

«Io sono per respingere questo concetto che la noia e la fatica abbiano un valore pedagogico: lo sforzo sì, mettere in moto le energie, ma non la noia e la fatica no, non sono educative».

Dunque, sì alla scuola difficile, che impegna, che fa sforzare. No, un no deciso alla scuola triste.

Ho riletto una raccolta di articoli di Antonio Vigilante, insegnante e studioso, dal titolo La  scuola difficile che mi piace citare:

«Fare una scuola difficile significa studiare in modo diverso. Anzi: significa studiare, e basta.  Faremo una scuola più difficile — più seria — quando la smetteremo di accontentarci di una simulazione di apprendimento. Quando fermeremo lo studente che ripete a memoria quello che c’è nel libro e cercheremo di verificare se ha capito davvero quello che ha letto. Ma come potrà aver capito, se non ci saremo fermati con lui a considerare ogni punto, a ragionare, ad approfondire? Una scuola difficile è una scuola lenta, profonda. È una scuola in cui il numero di pagine diminuisce, ma ogni pagina è una finestra per entrare in un mondo. Ed è una scuola in cui non esistono il docente, lo studente e il manuale, ma c’è una intera comunità che cerca il sapere confrontandosi.

Una scuola difficile non è una scuola in cui il docente alza l’asticella per far sì che un maggior
numero di studenti non riesca a saltarla. Quella è una scuola stronza, e non serve a nessuno. Una scuola difficile è tale in primo luogo per il docente, che dovrà lasciar perdere la cattedra, il manuale, la rassicurante routine, e impegnarsi in un lavoro quotidiano di scavo che richiederà tutta la sua cultura, ma anche tutta la sua passione».

Istruiamoci, agitiamoci, organizziamoci. È difficile, ma ne vale la pena.

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