Walter Siti, I tramonti senza fine dell’Occidente

by gabriella

Il tramonto dell’Occidente

In un articolo ricco di spunti, Walter Siti utilizza la metafora spengleriana per collegare più punti di crisi delle società a capitalismo avanzato: dalla de-realizzazione tecno-mediale, al deterioramento della democrazia come effetto della disintermediazione, alla fine dell’egemonia etica dell’Occidente.
Su Domani del 13 settembre 2025.

Agosto e primi di settembre insolitamente fitti di cronaca, da Anchorage alla Cisgiordania; in un mese in cui di norma i palinsesti televisivi vivono al risparmio, tace l’intrattenimento e si procede a forza di repliche, è stato inevitabile che la cronaca, perfino la più atroce, abbia assolto al ruolo di protagonista spettacolare, qualcosa di cui parlare sotto l’ombrellone o in pineta.

Si è notato anche più del solito un tic dei giornalisti nostrani: invece che dire, correttamente,

«vi mostriamo immagini che provengono da»,

dicono con piglio da capo esploratore

«ora vi portiamo in Libano», o «ci trasferiamo nel Donbass»,

come se davvero ci mettessero davanti ai fatti stessi invece che alla loro rappresentazione mediatica.

Le immagini che scorrono sullo schermo sono spesso ambigue, forse vere forse virtuali: ci è toccato di vedere i bambini affamati di Gaza tendere pentole e scodelle verso gli aiuti alimentari, poi è  diventata virale l’immagine di un cineoperatore (complice di Hamas?) che sistemava l’inquadratura come un regista suggerendo ai bambini la posizione più patetica; se chi riprendeva l’operatore era un altro cameraman (influencer trumpiano?), chi ci garantisce che un successivo intervento con la IA (antisemita?) non avrebbe potuto creare e far circolare in rete l’intera scena in campo lungo, accusando implicitamente la propaganda israeliana di aver prezzolato tutti quanti?

 

De-realizzazione

È in atto da tempo un processo di de-realizzazione della realtà: il fantasma tecnologico vale quanto la cosa, l’aura emotiva di un racconto sostituisce la presenza materiale.

Le parole non hanno più un senso, ma un’efficacia, il dibattito civile si affolla di questioni nominalistiche: se il termine “genocidio” debba essere l’esclusiva di un popolo, se “povero” si possa dire dei nostri poveri ma non di quelli dei paesi che poveri lo sono davvero («i bambini non privilegiati del Ruanda»), che sennò diventa un’offesa.

Più la realtà si fa evanescente e si scioglie nell’atto di comunicazione, più scompare la complessa struttura su cui essa si è puntellata: la gerarchia dei poteri, il galateo delle buone maniere, le istituzioni internazionali di compromesso, le mediazioni tra collettività e singolo, l’enciclopedia conoscitiva che la limita: la realtà è anche e soprattutto costruzione culturale.

Civiltà diverse vedono colori differenti, dividono in segmenti disuguali il medesimo paesaggio. Se le certezze condivise vengono meno, il residuo fenomenico piomba a infrangere sogni e diplomazie: la realtà presenta il conto nelle forme più brutali, con la forza del denaro e la forza delle armi. Come il malato psichico interrompe il delirio per bere o ripararsi dai colpi. Molti manifestano stupore che «nel 2025 ci siano ancora le guerre» o che «un governo sovranista possa sfidare la riprovazione globale». Viene da chiedere «scusate, dove eravate in tutti questi anni?».

 

Dove eravate?

Dove eravate, anzi dove eravamo, mentre intorno a noi saltavano tutte le intermediazioni, da quelle politiche a quelle sindacali, fino a quelle del direttore di banca?

Quando si predicava che uno vale uno, che tutto si risolve con la democrazia diretta?

Dove eravamo quando si è cominciato a sospettare dei «professoroni», o dei commercialisti o dei medici, o anche semplicemente di quelli che sapevano le cose perché le avevano studiate, e a sostenere che ciascuno poteva arrivare alla ricchezza, alla salute e alla verità di propria iniziativa, chiedendo a Google o a Wikipedia, o trafficando con le microvalute?

Che nemmeno la strada si doveva più domandare agli abitanti del posto, perché tanto c’era il navigatore satellitare?

Quando la gara era a chi vantava più follower, che vuol dire seguaci, e i seguaci presuppongono un leader, ma un leader che deve lisciare il pelo a chi lo segue?

Quando ci siamo accorti che si chiamava demagogia e che ormai era irreversibile?

Dove eravamo mentre le discussioni si incancrenivano nell’insulto e i nostri desideri (da soddisfare immediatamente) diventavano misura di tutte le cose?

Quando abbiamo realizzato che il consumo era il nostro influencer e noi i suoi follower? E delle guerre che infestavano il mondo ci siamo scandalizzati solo adesso che abbiamo paura di esserne direttamente coinvolti?

 

La riunione della Sco

A Pechino si è riunita la Sco (Organizzazione per la cooperazione di Shangai), che inizialmente comprendeva la Cina e la ex-Urss e a cui poi hanno aderito India, Pakistan e Iran, vista con favore da una più ampia coalizione, dalla Corea del Nord ai Brics e a tutti quei paesi (per esempio africani) che hanno qualche ragione di rancore verso l’Occidente.

L’hanno fatto con clamore reattivo, assistendo (tranne il premier indiano) a una parata di strapotere militare cinese. L’Occidente non l’ha presa bene: con stupore anche in questo caso fuori tempo massimo ha dovuto prendere atto che metà del mondo, emancipatosi dalla nostra superiorità economica e militare, nemmeno ci riconosce più alcuna egemonia etica.

Questi tramonti dell’Occidente sembrano non finire mai. C’è voluto Donald Trump di nuovo alla Casa Bianca (un aspirante autocrate che di fronte a quegli autocrati di lungo corso fa la figura del novellino) perché il magone venisse a galla; eh sì, in quella metà del mondo dominano le autocrazie antagoniste rispetto ai nostri “valori di libertà e di democrazia”.

Ma la domanda è se la vera autocrazia non sia la tecnocrazia come si è sviluppata nel quadro della finanza avanzata (che chiamiamo neo-capitalista o neo-comunista per convenzione), rispetto alla quale le autocrazie politiche sono tutt’al più un nucleo di condensa, per non dire una scorciatoia. 

 

“Valori occidentali”

Siamo davvero a una lotta tra i “valori occidentali” (europei e statunitensi) e la barbarie repressiva che ci minaccia, di cui Trump e i partiti europei di destra sarebbero le quinte colonne? A parte la crassa ignoranza di qualche esponente politico (qualche giorno fa la leghista Susanna Ceccardi ha detto in tivù che la «civiltà europea» è «storicamente molto più antica» rispetto ai paesi della Sco e stava parlando anche dell’India), a parte questo e a parte la completa rimozione dell’imperialismo e colonialismo occidentali, quel che colpisce è la fiducia cieca nella solidità di quei “valori”.

Quali garanzie dei diritti, mentre si stanno sbriciolando in una nebulosa di pretese identitarie sempre più settoriali?

Quale difesa delle minoranze, se si sta creando in Occidente una nuova categoria di sotto-uomini che costano meno delle macchine?

Quale “privilegio occidentale” se i muratori pakistani che costruiscono i grattacieli a Dubai vengono trattati come i braccianti che raccolgono a cottimo i pomodori nella Terra di Lavoro?

I padri fondatori della democrazia moderna parlavano della necessità che ad abitarla fosse l’individuo informato: ormai che cosa significhi “informato” è difficile dirlo, e la stessa nozione di “individuo” sta parecchio in crisi. Chi abbraccia con tanta fede i “valori occidentali” da difendere mi dà l’impressione di abbrancarsi alle scale antincendio di un edificio che è sul punto di crollare.

Libertà di cosa?

La democrazia è la peggior forma di governo a eccezione di tutte le altre sperimentate finora, la nota frase che già Winston Churchill dava come risaputa è diventata un tormentone difensivo; ma chi oggi in Occidente è disposto a imbracciare le armi per difenderla, se fa le stesse cose degli altri sistemi?

Quanti ragazzi di vent’anni non sono invece dell’idea che un buon dispotismo illuminato funzionerebbe meglio?

Resta la libertà, certo: ma libertà di fare cosa?

Libertà di parola è il mantra, ed è ciò che a noi boomer mancherebbe di più, ma vale ancora e varrà per quanto, se le parole si stanno standardizzando e servono per aggirare le cose invece che affrontarle? Libertà sessuale abbiamo già dato e abbiamo visto com’è andata a finire. Libertà di movimento purché non sia overtourism o disturbo eccessivo di migranti ai residenti («non si può regalare alle destre il problema della sicurezza»).

Forse la libertà di non fare niente, di evitare di essere colpiti; libertà di prendere iniziative inconcludenti, pardon, simboliche; libertà di non possedere nessuno per non assumersi la responsabilità del legame di dipendenza che potrebbe instaurarsi. Forse, la libertà dell’impotenza.

 

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