La lezione introduttiva alla Sociologia che propongo in quarta Liceo (e non in terzo, come vorrebbero le Indicazioni nazionali), dopo aver constatato da tempo che il Curricolo verticale del Liceo di Scienze Umane, così come scardinato dalla “riforma” Gelmini, richiede agli studenti lo sforzo inutile di cominciare a comprendere la modernità mentre sono ancora immersi in tutte le altre disciplinem nei problemi della tarda antichità.
Indice
1.Le regole implicite 2. L’immaginazione sociologica 3.Lo sguardo sociologico e la cecità del senso comune
3.1 La critica sociale nell’arte
1.Le regole implicite
Le regole implicite
L’insieme di abitudini e stili di vita che caratterizzano la nostra esistenza affonda le sue radici in un sistema sociale che costituisce il campo di indagine della sociologia.
La nostra vita quotidiana è costantemente condizionata, nel rapporto con gli altri, dalle regole, dalle convenzioni, dal linguaggio, dalle abitudini che condividiamo con essi e dalle aspettative che reciprocamente nutriamo nei confronti del comportamento altrui. La nostra esistenza risulterebbe certamente assai più difficile se in ogni relazione con altri uomini dovessimo ogni volta stabilirne i codici,le modalità comunicative, le regole.
L’impegno dell’intellettuale, e, perciò, dell’uomo di scuola, è una missione di liberazione, di affrancamento per ricomporre la unità di tutte le forze nazionali in una marcia più decisa e più sollecita nella direzione della democrazia, come i molti additano, e i migliori vogliono.
Carmelo Scifo
Lo spirito della Resistenza nella Carta costituzionale
La lezione di democrazia, di libertà, di giustizia e di pace, che ci viene dalla Resistenza vale per tutti: per quelli che credono nella storia, per quelli che non ci credono e per quelli che non la conoscono.
Essa è ormai scritta nel cuore e nella coscienza del popolo, nelle cronache, nelle opere storiografiche, nei documenti politici e militari di quelle giornate, nei canti, nei diari scritti dagli stessi patrioti, nelle lettere dei condannati a morte, nelle stampe e nei fogli clandestini, ma soprattutto in termini giuridici è contenuta nella Costituzione repubblicana, alla quale deve ispirarsi la scuola se si vuole che la società italiana avanzi secondo l’ordine nuovo del progresso civile.
Nella raccolta di articoli seguente, ho messo in relazione i risultati di studi e ricerche in campo biologico sullo sviluppo del cervello e gli importanti esperimenti di Webb e Rosenzweig sul ruolo dell’ambiente nello sviluppo dell’intelligenza.
Indice
1. Lo sviluppo del cervello fetale
1.1Cervello e DNA 1.2Gli stadi di sviluppo del cervello fetale 1.3I meccanismi di sviluppo dei nervi e del cervello
2.Il ruolo delle prime esperienze nello sviluppo del cervello
Pablo Pineda è un insegnante a attore spagnolo nato nel 1975 con la sindrome di Down. E’ stato il primo ragazzo europeo con Trisomia 21 a laurearsi (in Scienze della formazione).
Con il video Si podemos, girato con il gruppo di ragazzi down dell’Obra social di Madrid, la sua storia ha superato i confini della Spagna. Dall’età di sedici anni conduce trasmissioni televisive, rilascia interviste, gira film. La sua interpretazione in Yo tambien, una storia d’amore tra un ragazzo down e una ragazza normodotata, è stata premiata al Festival internazionale del film di San Sebastiàn. [Sottotitoli miei, traduzione di Greta Dormentoni. Attivarli cliccando sull’icona ]
In questa intervista, pubblicata da El Pais, il 12 dicembre 2003 e tradotta in italiano dal blog di Gigi Cortesi, Pablo Pineda ricostruisce la propria infanzia e la propria educazione. Il sevillano, ora trentanovenne, noto per essere stato il primo portatore di sindrome di Down a laurearsi, vi descrive la sua lotta per l’abbattimento del pregiudizio e dell’esclusione verso i ragazzi down, combattuta con il coraggio e l’abnegazione di chi ha qualcosa di più importante di se stesso a cui pensare [per approfondire, L’intelligenza].
La prima notizia che la mia era la sindrome di Down la ebbi a sei o sette anni. Un professore universitario che portava avanti il Progetto Roma¹, don Miguel Garcia Meleto, nell’ufficio del rettore mi domandò: ‘sai che cos’è la sindrome di Down?’. Io, innocentemente, gli dissi di si, anche se non ne avevo idea. Lui lo notò e si mise a spiegarmi che cosa fosse, anche se non era un genetista, ma un pedagogista. E io, siccome sono puntiglioso e ho una certa acutezza mentale, gli chiesi: ‘don Miguel, sono stupido?’ .
D. Perché glielo domandò?
Non so. E’ difficile saperlo. Chissà, se a sei anni ti associano ad una sindrome, tu lo associ al fatto di essere stupido o no. Lui mi disse che non ero stupido, e io gli domandai: “potrò continuare a studiare?”. Lui mi disse: “Si, certo”. Poi cominciò il processo della strada ; i bambini cominciarono a dirmi: “Poverino è malato”. E io mi infuriavo, perché non ero malato.
Come nasce il gesto violento e omicida dell’uomo sulla donna. Qual è il portato della società patriarcale di cui non riusciamo a liberarci. Come realizzare una “educazione sentimentale” che porti il maschio all’accettazione dell’altro come libertà e non come oggetto?
Dopo l’introduzione dei test INVALSI e davanti al proliferare dei test d’accesso ai corsi di Laurea, ho cominciato, non senza dubbi e perplessità, a introdurre nel lavoro scolastico prove a risposta chiusa.
Nelle righe sottostanti, un piccolo resoconto etnografico dell’impatto di questi test su ragazzi abituati a prove di altro tipo, come i miei studenti di Filosofia di quinta di qualche anno fa.
Non credo alla tv, vende la gente lesa, io leggo libri, leggo solo per autodifesa, sapere più degli altri è la chiave per non farti comandare e io non voglio comandarti.
L’impronta ecologica misura la “porzione di territorio” ( sia essa terra o acqua ) di cui un individuo, una famiglia, una comunità, una città, una popolazione necessita per produrre in maniera sostenibile tutte le risorse che consuma e per assorbire i rifiuti.
È, quindi un efficace metodo di misurazione per valutare l’impatto dell’uomo sull’ecosistema terrestre.
Dei 51 miliardi di ettari di superficie complessiva del pianeta, solo 15 miliardi sono rappresentati dalle terre emerse e le aree modificate direttamente da interventi umani (pascoli, campi, superfici edificate, strade ecc.) rappresentano circa il 35% delle terre emerse.
Dividendo la terra e il mare produttivi per il numero di esseri umani che abitano il pianeta e togliendo la superficie necessaria alle altre specie, cioè alla conservazione della biodiversità, emerge che per gli esseri umani rimane 1,98 ettari a testa.
Questo poetico racconto di Jean Giono, insiste sul legame che unisce le cose, di cui gli alberi e la curadel bene comune del vecchio Elzeard sono, rispettivamente, metafora e profonda comprensione. Sapienza e saggezza, conoscenza e dono, suggerisce l’autore, sono aspetti dello stesso modo di essere e di guardare alla vita. Con le parole di Nicolas Gomez Dávila:
«La vera sapienza, come il vero amore, sono uno stato, una maniera di essere, un atteggiamento, una situazione dell’anima, non sono né idee, né principi, né sistema» [Notas].
Di seguito il testo del racconto nella versione italiana, suddiviso in cinque letture, con percorso facilitato per immagini, che sto usando in un laboratorio di italiano L2. Qui l’originale francese: L’homme qui plantait des arbres.
Prima lettura (2.300 battute)
Una quarantina circa di anni fa, stavo facendo una lunga camminata, tra cime assolutamente sconosciute ai turisti, in quella antica regione delle Alpi che penetra in Provenza.
Questa regione è delimitata a sudest e a sud dal corso medio della Durance, tra Sisteron e Mirabeau; a nord dal corso superiore della Drôme, dalla sorgente sino a Die; a ovest dalle pianure del Comtat Venaissin e i contrafforti del Monte Ventoux. Essa comprende tutta la parte settentrionale del dipartimento delle Basse Alpi, il sud della Drôme e una piccola enclave della Valchiusa.
l’unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica
quel deserto, di lande nude e monotone, tra i 1200 e i 1300 mt di altitudine
Si trattava, quando intrapresi la mia lunga passeggiata in quel deserto, di lande nude e monotone, tra i milledue e i milletrecento metri di altitudine. L’unica vegetazione che vi cresceva era la lavanda selvatica.
La RATP, rete parigina dei trasporti pubblici, ha promosso sul proprio sito un dibattito tra gli utenti per la codifica del perfetto comportamento del viaggiatore urbano. L’iniziativa di RATP è partita dalla constatazione che ciò che si intende per «buona condotta» varia secondo le culture e le epoche, di qui la necessità di tastare il polso dell’aspettativa comportamentale (maggiormente) condivisa dell’utente di métro.
Il comitato di lettura ha così raccolto oltre duemila messaggi, a volte ironici o impertinenti, che hanno tratteggiato un manuale di savoir vivre piuttosto vintage, per constatazione dell’azienda stessa.
Alla fermata, sui binari
Regola n. 1: Essere cortesi
Essere cortesi oggi sui mezzi pubblici, significa comprendere che l’enorme sigaretta barrata sui binari non è un’opera d’arte contemporanea, ma un divieto di fumo.
Regola 2: Essere servizievoli
Significa proporre il proprio aiuto alla persona in bermuda che ha in mano la carta del métro e tiene l’altra tra i capelli [se vi trovate in Place de la République provate: lo fanno davvero, anche se solo dai 40 anni in su].
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