Archive for ‘Antropologia’

2 Febbraio, 2026

Dallo sguardo coloniale alla Scienza dell’alterità

by gabriella

Appunti sintetici sulle origini dell’Antropologia culturale.

Indice

1. Le origini tra filosofia e colonialismo

1.1 La visione comparativa dei filosofi
1.2 L’evoluzionismo ottocentesco e l’etnocentrismo

 

2. La svolta novecentesca e la nascita dell’Antropologia culturale come scienza comparativa

 

1. Le origini tra Filosofia e colonialismo

Il massacro degli ugonotti a Parigi nella notte di San Bartolomeo, 23-24 agosto 1572

1.1 La visione comparativa dei filosofi e quella dei cronisti

L’antropologia culturale affonda le radici nella letteratura di viaggio e nella filosofia politica del XVII e XVIII secolo.

Michel de Montaigne (1533 – 1592)

Le cronache sulle Americhe avevano infatti alimentato le riflessioni di Montaigne (chi sono i barbari? I cannibali o noi civili europei impegnati a ucciderci l’un l’altro pe rragioni di fede e potere?), di Rousseau (non essendo corrotto dalla civiltà, il selvaggio allo stato di natura è buono e positivo) e di 

J.-J. Rousseau (1712 – 1778)

John Locke (1632 – 1704)

Già nel XVII e XVIII secolo, le cronache sulle Americhe avevano alimentato un acceso dibattito filosofico. Tra cinquecento e settecento, figure come Montaigne (nel suo saggio Sui cannibali) e Rousseau utilizzano la figura dell’indigeno come uno specchio critico per la società europea.

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22 Gennaio, 2026

Ingrid Basso. Sulle tracce di un esploratore eccentrico

by gabriella

In occasione dell’uscita per Iperborea de Il fantasma di Lumholtz, Ingrid Basso ha intervistato l’autore, Morten Strøksnes che ha tratteggiato il ritratto dell’esploratore che ha saputo trasformare il suo sguardo coloniale in una consapevole osservazione comparativa. Tratto da IlManifesto.

Carl Lumoltz (1851 – 1922)

14 Novembre, 2025

Claude Lévy-Strauss, Razza e storia

by gabriella

Race et HistoireL’introduzione di Ugo Fabietti a Razza e storia, elaborato da Claude Lévy-Strauss per la Conferenza generale Unesco contro i pregiudizi razziali. Seguono le prime pagine del testo [cioè i paragrafi Razza e cultura, Diversità delle culture, L’etnocentrismo, Culture arcaiche e culture primitive] con mie annotazioni, segnalate in verde.

Non inclusi i paragrafi L’idea di progresso, p. 113, Storia stazionaria e storia cumulativa, p. 117, Il posto della civiltà occidentale, p. 123, Caso e civiltà, p. 126, La collaborazione delle culture, p. 134, Il doppio senso del progresso, p. 140]. Claude Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino, Einaudi, 1967, pp. 99-144.

 

Un manifesto antirazzista

Razza e storia nasce a seguito di una iniziativa dell’Unesco, organizzazione sorta nel 1945 all’interno delle Nazione unite con l’obiettivo principale di promuovere la collaborazione fra le nazioni nell’ambito dell’educazione, della scienza e della cultura. Nel 1949 l’Unesco prepara una Conferenza generale basata su tre risoluzioni relative alla lotta contro i pregiudizi razziali: 1) «Ricercare e riunire i dati scientifici riguardanti i pro­blemi razziali»; 2) «Dare ampia diffusione ai dati scientifici così raccolti»; 3) «Predisporre una campagna di educazione fondata su tali dati». All’iniziativa dell’Unesco vengono invitati rappresentanti di discipline diverse: dalle scienze umane e sociali alla genetica alla biologia.

Razza e storia costituisce il contributo di Lévi- Straus alle riunioni convocate dall’Unesco. Il saggio, pubblicato per la prima volta nel 1952 in una collana promossa dalla organizzazione stessa, ha avuto poi varie edizioni e un’ampia circolazione. A distanza di anni rimane un manifesto antirazzista attuale, importante, inoltre, per lo spirito divulgativo con cui l’autore tocca aspetti cruciali della ricerca antropologica. Lévi-Strauss precisa nozioni come “civiltà”, “cultura”, “società”e considera in modo critico quelle di “differenza razziale“, “etnocentrismo”, “progresso”.

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22 Agosto, 2025

Federico Quaranta, Il tatuaggio

by gabriella

Rito, segno, consacrazione? O segno vuoto, copiato, di chi cerca di nascondere il vuoto di personalità?

Il tatuaggio era un rito.

Codice di appartenenza, rituale o condanna. Ferita, dolore, sangue che diventava segno, consacrazione. Ogni linea incisa era un giuramento, simbolo, una soglia varcata da cui non si poteva tornare.
Il guerriero Māori portava sul volto la genealogia della sua stirpe. In Siberia, il criminale tatuava il proprio curriculum di sangue: chiese sulle spalle per gli anni di galera, stelle sulle ginocchia per chi non si piega mai.
A Rebibbia o all’Ucciardone, la pelle dei carcerati si faceva archivio: simboli cifrati, santi deformati, madonne disperate. In Portorico, i guerriglieri tatuavano machete e proiettili: la pelle come manifesto di resistenza. In Messico e Colombia, i narcos trasformano il corpo in santuario della violenza: vergini sanguinanti, Kalashnikov, volti di figli morti.

L’identità culturale

Nella Shoah, agli ebrei non fu concesso di scegliere: il numero tatuato sull’avambraccio era cancellazione di identità, riduzione a inventario.
In Giappone, ancora oggi, se hai tatuaggi ti chiudono le porte di onsen e ristoranti di lusso: marchio indelebile di Yakuza, stigma sociale.
Non si poteva portarlo senza averlo guadagnato o patito con coraggio, sangue, dolore o colpa.
E oggi? Oggi siamo nel tempo del tatuaggetto.
La farfallina televisiva di Belén a pochi centimetri dall’intimità mostrata: non metamorfosi, ma sensazionalismo da prime time.
Il mitra sulla fronte del trapper: caricatura grottesca che vuole fingersi minaccia. Gli ideogrammi copiati su pinterest incisi senza saperli leggere. I cuoricini, le coordinate geografiche di luoghi vacanza.
Geometrie infilate tra i seni: erotismo confuso con la pornografia da discount, citazioni “motivazionali” sulle cosce, come se la pelle fosse il muro di un bagno pubblico.
Dal marchio di clan alla lavagnetta della vanità. Dalla cicatrice iniziatica al disegnino da post o reel. Dal sangue ai social, dall’epica al gadget.
Un tempo il tatuaggio diceva:
“Io sono questo, io appartengo a”.
Oggi gracchia:
“Io scimmiotto chi.
Non chiamateli tatuaggi.
Sono tatuaggetti.
Sono segni vuoti, graffi senza memoria, cicatrici senza storia.
Sono il monumento epidermico della nostra epoca frivola, svenduta e disperata.
11 Febbraio, 2025

2. Educazione informale, educazione formale

by gabriella

Indice

1. L’educazione informale nelle società prive di scrittura

1.2 Bernardo Bernardi, L’educazione informale

 

2. L’educazione formale

2.1 L’apprendimento scolastico

1. L’educazione informale delle società prive di scrittura

culture orali

Uno degli obiettivi fondamentali dell’educazione è la conservazione e la trasmissione della tradizione culturale alle generazioni più giovani.

Nelle società senza scrittura manca, però, lo strumento indispensabile per tramandare una concezione del mondo al di là del qui ed ora. L’educazione perciò deve essere assicurata attraverso il passaggio diretto e personale di valori, pensieri, modi di vita.

Questa trasmissione diretta e personale è raggiunta con l’educazione informale che viene realizzata dal gruppo familiare, dai coetanei e dagli adulti della comunità.

Si tratta di una forma di educazione basata quasi esclusivamente sull’osservazione e sull’esperienza diretta che sostituisce in gran parte ciò che nelle società alfabetiche è fornito dalla scuola.

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21 Gennaio, 2025

L’ambiente e le forme di società

by gabriella

inuit,Studiando la modernizzazione si osserva come un cambiamento economico [il lavoro da mezzo – di sopravvivenza – a fine – di arricchimento] abbia innescato la molteplicità di trasformazioni che caratterizza la fisionomia delle società moderne.

Estendendo lo sguardo alle società tradizionali o non moderne, si vede come il tipo di organizzazione del lavoro umano, quale primo elemento di adattamento all’ambiente, decida l’insieme dei rapporti sociali, cioè la forma di società.

Indice

1. Adattamento all’ambiente e lavoro
2. Le società acquisitive

2.1 Le società di caccia e raccolta contemporanee
2.2.1 L’animismo dei cacciatori-raccoglitori
2.2 Le società acquisitive preistoriche

 

3. Casi etnografici

3.1 I Kwakiutl
3.2 I Kung San
3.3 I Guayaki

 

4. La rivoluzione agricola e la stratificazione sociale

4.1 La domesticazione delle piante
4.2 La domesticazione degli animali
4.3 Investimento lavorativo e rendimento nel tempo
4.4 Orticoltura e agricoltura
4.5 Agricoltura e differenziazione sociale
4.6 Pastorizia e società nomadi

 

Videolezioni

 

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20 Gennaio, 2025

Pierre Clastres, Economia primitiva, economia dell’abbondanza

by gabriella
Pierre Clastres

Pierre Clastres (1934 – 1977)

Uscito negli Stati Uniti nel 1972, Stone Age Economics, il classico della ricerca antropologica sulle forme economiche delle società native di Marshall Sahlins, fu tradotto in francese nello stesso anno e pubblicato da Gallimard con il titolo Âge de la pierre âge d’abondance. 

Nella prefazione, affidata a Pierre Clastres, l’antropologo fece risaltare la creazione dell’abbondanza in società che ignorano povertà e diseguaglianza e lasciano la maggior parte del tempo libero ai propri membri. È in questo contesto che Clastres analizza il legame tra potere e debito, fornendo una memorabile lettura del Big Man, il capo senza potere dei selvaggi.

In sintesi, la prefazione di Clastres distrugge il luogo comune dell’economia dei selvaggi come economia della penuria. Sahlins e Clastres mostrano invece come le economie “acquistive” siano economie dell’abbondanza, strettamente regolate perché non appaia surplus e con esso la diseguaglianza e il potere politico.

Sotto la prefazione integrale in pdf e il testo dell’esercitazione di Antropologia economica in una quarta liceo di Scienze umane, ridotto e con facilitatori di lettura.

«Gli dèi si trattengono infatti, dopo averli nascosti, i beni necessari alla nostra esistenza,
ché altrimenti con facilità potresti lavorare in un giorno,
così da possedere per un anno, stando ozioso;
ben tosto potresti porre al fumo del focolare il timone della nave,
e sparirebbe il lavoro dei buoi e dei muli pazienti alla fatica». 

Esiodo, Le opere e i giorni [integrazione mia].

 

Prefazione integrale

Download (PDF, 453KB)

 

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8 Gennaio, 2025

Jerome Bruner, La necessità umana di educazione

by gabriella

In questo brano, tratto da Il significato dell’educazione (1971), Bruner esamina come le caratteristiche della nostra specie ci abbiano predisposto al bisogno di educazione.

homo erectusGli esseri umani, a differenza degli altri primitivi, hanno un’infanzia prolungata e un più lungo rapporto di dipendenza dagli adulti.

L’opinione corrente sull’origine di questa condizione può essere sintetizzata in questo modo. A mano a mano che gli ominidi divennero sempre più bipedi con le mani libere necessarie per l’uso degli utensili, ci fu non solo un aumento delle dimensioni del cervello, ma anche la richiesta di una cintura pelvica più robusta per sostenere lo sforzo pressante di camminare eretti.

L’aumento della forza nella cintura pelvica si verificò attraverso una graduale chiusura del canale natale e si determinò così un paradosso ostetrico: un cervello più voluminoso in rapporto a un canale del parto più stretto per il passaggio del neonato.

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16 Settembre, 2024

Jean-Pierre Vernant, La natura umana secondo i Greci

by gabriella

Nella Teogonia e ne Le opere e i giorni, Esiodo racconta i miti della nascita del tempo e delle storie di dèi e uomini. Ai tempi di Crono, gli uomini, creature a cavallo tra mondo animale e divinità, vivevano insieme agli dèi: era l’età dell’oro.

Tratto da L’univers, les dieux, les hommes. Récits grecs des origines (1999), trad it. L’universo, gli dèi, gli uomini. Il racconto del mito, Torino, Einaudi, 2000.

Indice

1. L’età dell’oro: uomini e dèi

1.1 Al tempo di Crono, prima della guerra dei Titani
1.2 La lontananza di ogni male

 

2. Prometeo, la condizione umana
3. Pandora, la figura della donna nel mito greco

 

 

Mappa

La genealogia degli dei

1. L’età dell’oro: uomini e dèi

Antefatto: Zeus era figlio di Crono, a sua volta figlio di Urano. Urano figlio e sposo di Gea, impediva ai suoi figli (i Titani, gli Ecatonchiri e i Ciclopi) di nascere perché temeva di essere spodestato da loro. Gea, sconvolta, armò la mano di Crono che aggredì il padre recidendogli i testicoli con una falce.

Iniziò così il regno del titano Crono che unitosi alla sorella Rea, generò molti dèi, divorandoli però come aveva fatto il padre Urano, prima di lui. Rea allora partorì l’ultimo figlio, Zeus, di nascosto e lo fece crescere forte e sano fino ad affrontare il padre e batterlo.

 

Zeus

[pp. 49-51] Zeus siede sul trono e da lassù domina l’intero univer­so. Il mondo possiede un proprio ordine. Gli dèi si sono dati battaglia, alcuni di loro hanno trionfato. Tutto quan­to esisteva di malvagio nel cielo etereo è stato cacciato via, o imprigionandolo nel Tartaro, o spedendolo sulla terra, presso i mortali. E agli uomini, che cosa accade ? Che co­sa ne è di loro ?

La storia ha inizio non proprio con l’origine del mon­do, ma piuttosto nel momento in cui Zeus è già re, quan­do il mondo divino ha trovato cioè un suo ordine e una sua stabilità.

 

1.1 Al tempo di Crono, prima della guerra dei Titani

Gli dèi non vivono unicamente sull’Olimpo, ma dividono con gli uomini degli angoli di mondo. Esiste in particolare un luogo in Grecia, vicino a Corinto, una pia­nura, a Mekone, in cui uomini e dèi vivono insieme, me­scolati gli uni con gli altri. Banchettano in compagnia, sie­dono alla stessa tavola, partecipano a feste comuni: ciò si­gnifica che per uomini e dèi che vivono insieme, ogni giorno è un giorno di festa e di felicità. Si mangia, si be­ve, si sta in allegria, si ascoltano le Muse cantare la gloria di Zeus e le avventure divine. In poche parole: tutto pro­cede nel migliore dei modi.

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9 Settembre, 2024

Cosa sono le scienze umane?

by gabriella

 

Aristote et ses disciples, miniature du XIIIe siècle, Bibliothèque de Topkapi à Istanbul

Aristotele e i suoi discepoli, miniatura del XIII secolo, Istanbul, Biblioteca di Topkapi

Qu’est-ce que les sciences humaines?, estratto con modifiche dal testo di Jean-François Dortier Les Sciences humaines, panorama des connaissances [Paris, Editions Sciences humaines, 1998, pp. 3-5] [traduzione mia].

Sorvoliamo sul problema terminologico, sarebbe vano cercare una definizione canonica o una traccia precisa delle reciproche frontiere tra le «scienze umane», le «scienze sociali» o le «scienze dell’uomo».

Queste scienze si sovrappongono parzialmente senza essere completamente sinonime. Le loro definizioni sono dovute più a distinzioni accademiche, variabili a seconda dei paesi e degli usi, che a una terminologia rigorosa.

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