
Capire la guerra
Ne è uscita un’intervista sugli scenari aperti dal nuovo testo e una di approfondimento dei concetti che rendono pensabile un mondo in cui la politica è diventata la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi.
Jacques Attali, Occidente ed Europa, età dell’oro o buio. Così il mondo è al bivio come cento anni fa
Dovremmo essere alle soglie di un futuro prospero perché il potenziale dell’umanità non è mai stato così immenso. Eppure, come all’inizio del ventesimo secolo, si sta profilando lo scenario peggiore.
L’autoritarismo è diventato sempre più diffuso, arrivando a sovvertire anche le democrazie più consolidate. Se non stiamo attenti, l’intelligenza artificiale rischia di distruggere miliardi di posti di lavoro.
Sembra proprio che la storia non ci abbia insegnato niente. Lo scenario di Jacques Attali.

Il più importante è che quando una potenza dominante si trova ad affrontarne due rivali, di solito trionfa quella che non entra in conflitto con la potenza dominante. Un’altra lezione è che, pur avendo tutte le carte in regola per ottenere grandi risultati, le civiltà possono soccombere sotto il peso di errori non forzati. Ad esempio, all’inizio del ventesimo secolo, l’Occidente sembrava pronto per la prosperità: con l’avvento dell’elettrificazione, dell’auto, del telefono, della radio e del trasporto aereo, il progresso tecnologico attraversava una fase di accelerazione, mentre il circolo vizioso della povertà e della guerra sembrava essersi spezzato.
Oggi il mondo sta vivendo qualcosa di simile. Dovremmo essere alle soglie di un futuro prospero perché il potenziale dell’umanità non è mai stato così immenso. Grazie alla transizione verso un’energia più pulita, l’era dei combustibili fossili potrebbe chiudersi per sempre. Le scoperte scientifiche potrebbero cambiare drasticamente la nostra vita, curando malattie resistenti alle terapie, sviluppando una fonte quasi illimitata di energia rinnovabile, liberando gli esseri umani dai compiti più ardui e così via.
Molti paesi hanno riconosciuto l’urgenza di affrontare il cambiamento climatico e di proteggere il pianeta. Milioni di ettari di territorio – dal Kivu all’Amazzonia – sono in fase di riforestazione. Il trattato Onu sull’alto mare punta a tutelare il 30 per cento degli oceani entro il 2030. Il Pil sta lentamente cedendo il passo ad altre misure che attribuiscono valore alla salute, all’uguaglianza e al benessere. I giovani stanno facendo sentire la propria voce in tutto il mondo, le donne hanno sempre più accesso a ruoli di responsabilità e le società, consapevoli di dover fronteggiare sfide comuni, si impegnano nel dialogo.
L’innalzamento del livello dei mari, il prosciugamento dei fiumi e i cattivi raccolti hanno costretto milioni di persone a migrare. Le guerre si moltiplicano in tutto il mondo e i conflitti per il cibo e l’acqua sono destinati a intensificarsi.
La maggior parte dei governi democratici è paralizzata e rimanda le riforme necessarie a dopo le prossime elezioni. Con la globalizzazione sotto attacco, sono riaffiorate la paura dell’altro, la nostalgia di una purezza illusoria e il disprezzo per la conoscenza. Tutto ciò ha portato alla divisione, all’esclusione e alla sfiducia, terreno fertile per l’affermazione del populismo. L’intelligenza collettiva cede il passo alla rabbia individuale, proprio come all’inizio del ventesimo secolo.
Ancor più preoccupante è che ci troviamo a fronteggiare sfide comuni – cambiamenti climatici, povertà, rischio di epidemie e uso improprio della tecnologia, in particolare dell’IA – che colpiscono l’umanità in quanto tale. Saturi di schermi e videogiochi, e costantemente ossessionati dalle rivalità nazionali, dimentichiamo di pensare al futuro globale e permettiamo ai potenti interessi nazionali di dominare i processi decisionali. È così che muoiono le civiltà. È così che può morire la civiltà umana.
Du Fu 杜甫, Canto del vento d’autunno e della capanna, Poesia dei carri
Traggo da Quel che resta del mondo questa lirica del grande poeta cinese Du Fu 杜甫 , vissuto sotto la dinastia Tang.
Du Fu nacque infatti nel 712, nei pressi di Luoyang (Henan) dove, quale figlio di un funzionario di rango inferiore, fu educato alla cultura dei classici secondo la visione confuciana del compito dei funzionari mandarini.
Nel mese ottavo una burrasca d’autunno
Tolse al mio tetto tre strati di paglia;
Dappertutto le sparse; sopra il fiume,
Sulle due rive, dentro la palude,
In alto sopra gli alberi.
E dai dintorni vennero ragazzi
A frotte, che vedendomi
Vecchio e debole, mi portaron via
La paglia sotto gli occhi; la rubavano
E tra i loro canneti di bambù
L’ammucchiavano lesti. Ed io cercavo
Di fermarli, ma invano: non bastava
La mia voce.
Claudio Magris, Il bufalo di Rosa Luxemburg
La bella recensione di Claudio Magris [Corriere della Sera, 14 novembre 2007] a Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Milano, Adelphi, 2007.
La lettera di Rosa
Nel dicembre del 1917, Rosa Luxemburg scrive a Sonja Liebnecht (Sonicka), mentre si trova nel carcere di Breslavia da tre anni.
Nella prima parte della lettera si occupa di questioni politiche e invita la sua interlocutrice e tutto l’entourage spartachista a non prestare ascolto alla stampa borghese in merito a ciò che avviene in Russia e ad avere fiducia.
A tratti, il suo linguaggio si fa perentorio, come si conviene a una leader politica che intende orientare e prendersi le sue responsabilità. Nella seconda parte la lettera si fa più personale e intima: prima il ricordo di Karl Liebnecht, imprigionato anche lui, poi quello dell’ultimo Natale trascorso tutti insieme intorno a un grande abete, mentre quello che ha in carcere è così piccolo e modesto.
L’accenno all’albero la porta al ricordo nostalgico delle escursioni nello Stiglitzer Park a Berlino e in mezzo ai suoi fiori e piante: ligustri, mirti e altri vegetali e arbusti che Luxemburg descrive in pochi tratti, tanto poetici quanto competenti. Dopo altri ricordi e un breve excursus di carattere letterario, la lettera vira improvvisamente e assume un tono solenne e drammatico:
La fame, la guerra, la fabbrica. Cultura popolare e antifascismo nel 1943
Un bellissimo montaggio di testimonianze, recitazione, filmati d’epoca, reading, per ricostruire l’inizio della resistenza antifascista nelle fabbriche, gli scioperi e la repressione sullo sfondo della condizione operaia del 1943.
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccioAl lamento d’agnello dei fanciulli
all’urlo nero della madre
che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafoAlle fronde dei salici, per voto
anche le nostre cetre erano appese
oscillavano lievi al triste ventoSalvatore Quasimodo, Alle fronde dei salici
Antonio Volpe, Liberazionismo senza liberazione?
Partendo dalla teoria del potere di Foucault, ma anche mobilitando Camus e la pedagogia delle catastrofi, Volpe si chiede se sia possibile scindere vita e biopotere, se sia cioè possibile superare definitivamente il dominio e l’oppressione umana e non umana. Tratto da Asinus novus.
Il doppio legame fra vita e potere
Ne La volontà di sapere, com’è noto, Foucault delinea una concezione inedita del potere fissando non solo un metodo e un campo d’indagine completamente divergenti da quelli proposti fino ad allora da una lunga tradizione filosofica, ma pure una nuova “ontologia”, una nuova concezione della realtà basata su uno scontro di forze organizzate strategicamente attraverso le pratiche e i saperi che attraversa capillarmente la vita degli individui. Oltre che reticolare e continuo, il potere in Foucault non è estorsivo, come per esempio nelle teorie marxiste, ma creativo e produttivo. Non è calato dall’alto, né è l’effetto delle sole strutture economiche, ma coinvolge sullo stesso piano strategie di disciplinamento multiple, che investono ogni sfera della vita. La stessa soggettivazione del singolo è l’effetto di un processo di assoggettamento attraverso pratiche e giochi di verità senza il quale non si darebbe soggetto alcuno.
Giovanna Cracco, Guerra, capitalismo e ipocrisia pacifista
Il Conflict Barometer, la pubblicazione annuale dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research, per il 2012 registra 396 confitti in corso nell’intero pianeta, nove in più rispetto al 2011 – occorre sottolineare che secondo la metodologia utilizzata per la classificazione, all’interno di un Paese o fra Paesi diversi possono esistere più confitti contemporaneamente, a seconda degli attori (Stati, gruppi, fazioni) coinvolti. 188 sono classificati “confitti non violenti” (105 controversie e 83 crisi), 43 “guerre altamente violente” e 165 “crisi violente”, per un totale quindi di 208 confitti armati, il numero più alto mai registrato dall’istituto a partire dal 1945.
I principali teatri sono l’Africa sub-sahariana (19 guerre e 37 confitti violenti), la zona dell’Asia e dell’Oceania (10 guerre e 55 confitti), il Medioriente e l’area del Maghreb (9 guerre e 36 confitti). Angola, Chad, Congo, Etiopia, Niger, Sudan, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria le guerre maggiormente note all’opinione pubblica, ma nulla rende più l’idea della localizzazione dei confitti dello sguardo d’insieme che può offrire una mappa (vedi figura 1).
Il Rapporto Sipri 2013 (Stockholm International Peace Research Institute), relativo all’anno 2012 e pubblicato ad aprile scorso, denuncia una spesa militare globale di 1.753 miliardi di dollari, pari al 2,5% del pil mondiale. Nel conteggio sono inclusi acquisti di armamenti, spese per il personale civile, militare e paramilitare, spese di ricerca, spese per le missioni, comprese quelle definite di peacekeeping, e le spese a vario titolo contenute nei bilanci dei ministeri della Difesa dei diversi Stati.

Figura 1. Fonte: Conflict Barometer 2012, Heidelberg Institute for International Conflict Research
Francesco Lamendola, Von Clausewitz. L’inseparabilità di guerra e politica
Desideriamo svolgere alcune riflessioni su Karl von Clausewitz (1780-1831) a partire da un bel saggio che ventitre anni fa Luciano Guerzoni, docente di diritto ecclesiastico presso l’Università di Modena, presentò a un Convegno di studi in quella città (poi pubblicato sulla rivista Bozze, Bari, Edizioni Dedalo, 1985, n. 1-2, pp. 9-46) sul generale prussiano e Carl Schmitt. Ci limiteremo qui a considerare innanzitutto la teorizzazione della guerra da parte di Clausewitz come atteggiamento esemplare di una cultura, quella occidentale, che fin dalle sue origini ha visto guerra e politica come un binomio pressoché inscindibile.
Ma procediamo con ordine e cominciamo con il riportare una breve antologia di passi di von Clausewitz, scelti fra i più significativi al fine di enucleare la sua concezione di che cosa sia la guerra, quali ne siano gli scopi, quali i mezzi, quali i legami con il regno della politica. Ci serviremo dell’ormai classica edizione del trattato Della guerra di Mondadori del 1970 (in due volumi; qui vol. 1, p. 19 sgg.), basata su quella dell’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’esercito italiano
del 1942: una data da tenere a mente).
Non daremo della guerra una grave definizione scientifica; ci atterremo alla sua forma elementare: il combattimento singolare, il duello.
La guerra non è che un duello su vasta scala. La moltitudine dei duelli particolari di cui si compone, considerata nel suo insieme, può rappresentarsi con l’azione di due lottatori. Ciascuno di essi vuole, a mezzo della sua forza fisica, costringere l’avversario a piegarsi alla propria volontà; suo scopo immediato è di abbatterlo e, con ciò, rendergli impossibile ogni ulteriore resistenza.
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