Massimo Recalcati approfondisce dal punto di vista della psicanalisi l’odio come fondamento passionale della guerra, per mostrare come il fondo psichico, incoscio, della psiche, riurgiti di idee ed emozioni allevate dalla collettività.
Nel momento in cui l’esercito e la vita militare vengono invitati nelle scuole e indicati come modello, la riflessione sottotraccia del suo educare all’odio si fa più che mai urgente.
L’odio è il fondamento passionale di ogni guerra.
Nel mondo animale non esiste né crimine né guerra perché non esiste la passione dell’odio. L’istinto aggressivo si scatena solo per la difesa del proprio territorio, per la sopravvivenza della propria esistenza o di quella del proprio branco. In ogni caso, essa non assume mai il valore irresistibile di una passione destinata a durare nel tempo e a corrompere la vita.
Per questo, Lacan la definisce una carriera senza limiti. Ci sono vite individuali e vite collettive che sostengono la loro identità sulla mobilitazione permanente dell’odio.
Silvano Cacciari, antropologo dell’Università di Firenze, ha appena pubblicato Guerra. Per una nuova antropologia politica.
Il testo esamina in sette capitoli (narrazioni, kill chain e tecnologie della guerra, social media, discorsi politici, fine dell’Università) tutto ciò che oggi produce la guerra, cambiando per sempre le nostre società, trasportandoci in un mondo in cui persino ciò che per secoli è stato il suo contrario, la politica, oggi non ne è l’antidoto ma la continuazione della guerra con altri mezzi.
Di seguito il testo di un’intervista nella quale risponde alle domande un gruppo di lettori del volume appena uscito.
Per l’occasione, ecco una sintesi di domande fatte dai lettori del libro precedente, La finanza è guerra, e di estratti significativi di Guerra.
Ne è uscita un’intervista sugli scenari aperti dal nuovo testo e una di approfondimento dei concetti che rendono pensabile un mondo in cui la politica è diventata la continuazione della guerra ibrida con altri mezzi.
Dovremmo essere alle soglie di un futuro prospero perché il potenziale dell’umanità non è mai stato così immenso. Eppure, come all’inizio del ventesimo secolo, si sta profilando lo scenario peggiore.
L’autoritarismo è diventato sempre più diffuso, arrivando a sovvertire anche le democrazie più consolidate. Se non stiamo attenti, l’intelligenza artificiale rischia di distruggere miliardi di posti di lavoro.
Sembra proprio che la storia non ci abbia insegnato niente. Lo scenario di Jacques Attali.
Un attivista
Ogni generazione è convinta di vivere in un’epoca senza precedenti e caratterizzata da sfide uniche. Puntualmente, però, gli stessi schemi e le stesse motivazioni entrano in gioco indebolendo e persino distruggendo le civiltà, oppure rafforzandole e facendole prosperare. Per imparare dal passato occorre riconoscerne le simmetrie e le risonanze. L’ascesa e il declino delle potenze nel corso dei secoli, ad esempio, hanno stabilito alcuni principi fondamentali.
Il più importante è che quando una potenza dominante si trova ad affrontarne due rivali, di solito trionfa quella che non entra in conflitto con la potenza dominante. Un’altra lezione è che, pur avendo tutte le carte in regola per ottenere grandi risultati, le civiltà possono soccombere sotto il peso di errori non forzati. Ad esempio, all’inizio del ventesimo secolo, l’Occidente sembrava pronto per la prosperità: con l’avvento dell’elettrificazione, dell’auto, del telefono, della radio e del trasporto aereo, il progresso tecnologico attraversava una fase di accelerazione, mentre il circolo vizioso della povertà e della guerra sembrava essersi spezzato.
Ma la prima guerra mondiale pose fine a questa età dell’oro. Le invenzioni progettate per liberare l’umanità divennero armi di distruzione e l’illusione del progresso morì nelle trincee. Per decenni, l’Europa fu sconquassata dalla guerra e dall’odio, il continente andò in fiamme.
Oggi il mondo sta vivendo qualcosa di simile. Dovremmo essere alle soglie di un futuro prospero perché il potenziale dell’umanità non è mai stato così immenso. Grazie alla transizione verso un’energia più pulita, l’era dei combustibili fossili potrebbe chiudersi per sempre. Le scoperte scientifiche potrebbero cambiare drasticamente la nostra vita, curando malattie resistenti alle terapie, sviluppando una fonte quasi illimitata di energia rinnovabile, liberando gli esseri umani dai compiti più ardui e così via.
Molti paesi hanno riconosciuto l’urgenza di affrontare il cambiamento climatico e di proteggere il pianeta. Milioni di ettari di territorio – dal Kivu all’Amazzonia – sono in fase di riforestazione. Il trattato Onu sull’alto mare punta a tutelare il 30 per cento degli oceani entro il 2030. Il Pil sta lentamente cedendo il passo ad altre misure che attribuiscono valore alla salute, all’uguaglianza e al benessere. I giovani stanno facendo sentire la propria voce in tutto il mondo, le donne hanno sempre più accesso a ruoli di responsabilità e le società, consapevoli di dover fronteggiare sfide comuni, si impegnano nel dialogo.
Eppure, come all’inizio del ventesimo secolo, si sta profilando lo scenario peggiore. L’autoritarismo è diventato sempre più diffuso, arrivando a sovvertire anche le democrazie più consolidate. Se non stiamo attenti, l’intelligenza artificiale rischia di distruggere miliardi di posti di lavoro, portare alla creazione di nuove armi ed erodere le nostre capacità cognitive. L’ambiente continua a degradarsi e la crisi climatica ad aggravarsi a causa dei milioni di tonnellate di emissioni di gas serra che vengono ancora rilasciate nell’atmosfera.
L’innalzamento del livello dei mari, il prosciugamento dei fiumi e i cattivi raccolti hanno costretto milioni di persone a migrare. Le guerre si moltiplicano in tutto il mondo e i conflitti per il cibo e l’acqua sono destinati a intensificarsi.
La maggior parte dei governi democratici è paralizzata e rimanda le riforme necessarie a dopo le prossime elezioni. Con la globalizzazione sotto attacco, sono riaffiorate la paura dell’altro, la nostalgia di una purezza illusoria e il disprezzo per la conoscenza. Tutto ciò ha portato alla divisione, all’esclusione e alla sfiducia, terreno fertile per l’affermazione del populismo. L’intelligenza collettiva cede il passo alla rabbia individuale, proprio come all’inizio del ventesimo secolo.
Ancor più preoccupante è che ci troviamo a fronteggiare sfide comuni – cambiamenti climatici, povertà, rischio di epidemie e uso improprio della tecnologia, in particolare dell’IA – che colpiscono l’umanità in quanto tale. Saturi di schermi e videogiochi, e costantemente ossessionati dalle rivalità nazionali, dimentichiamo di pensare al futuro globale e permettiamo ai potenti interessi nazionali di dominare i processi decisionali. È così che muoiono le civiltà. È così che può morire la civiltà umana.
Per scongiurare un simile scenario, non dobbiamo dimenticare le lezioni del passato. Dobbiamo comprendere che è giunto il momento di pensare come un’unica specie umana e di combattere insieme le battaglie comuni. Dobbiamo basare le nostre azioni sulla cooperazione globale e non sull’egoismo geopolitico. Gli interessi delle generazioni future dovrebbero avere la precedenza su tutto, il che implica ridare slancio all’altruismo. Forse un giorno ripenseremo al 2025 come all’anno in cui l’umanità avrebbe potuto imboccare un cammino oscuro e invece, per la prima volta dopo secoli, ha scelto la vita.
Du Fu nacque infatti nel 712, nei pressi di Luoyang (Henan) dove, quale figlio di un funzionario di rango inferiore, fu educato alla cultura dei classici secondo la visione confuciana del compito dei funzionari mandarini.
Nel mese ottavo una burrasca d’autunno
Tolse al mio tetto tre strati di paglia;
Dappertutto le sparse; sopra il fiume,
Sulle due rive, dentro la palude,
In alto sopra gli alberi.
E dai dintorni vennero ragazzi
A frotte, che vedendomi
Vecchio e debole, mi portaron via
La paglia sotto gli occhi; la rubavano
E tra i loro canneti di bambù
L’ammucchiavano lesti. Ed io cercavo
Di fermarli, ma invano: non bastava
La mia voce.
La bella recensione di Claudio Magris [Corriere della Sera, 14 novembre 2007] a Rosa Luxemburg, Un po’ di compassione, Milano, Adelphi, 2007.
La lettera di Rosa
Nel dicembre del 1917, Rosa Luxemburg scrive a Sonja Liebnecht (Sonicka), mentre si trova nel carcere di Breslavia da tre anni.
Nella prima parte della lettera si occupa di questioni politiche e invita la sua interlocutrice e tutto l’entourage spartachista a non prestare ascolto alla stampa borghese in merito a ciò che avviene in Russia e ad avere fiducia.
A tratti, il suo linguaggio si fa perentorio, come si conviene a una leader politica che intende orientare e prendersi le sue responsabilità. Nella seconda parte la lettera si fa più personale e intima: prima il ricordo di Karl Liebnecht, imprigionato anche lui, poi quello dell’ultimo Natale trascorso tutti insieme intorno a un grande abete, mentre quello che ha in carcere è così piccolo e modesto.
L’accenno all’albero la porta al ricordo nostalgico delle escursioni nello Stiglitzer Park a Berlino e in mezzo ai suoi fiori e piante: ligustri, mirti e altri vegetali e arbusti che Luxemburg descrive in pochi tratti, tanto poetici quanto competenti. Dopo altri ricordi e un breve excursus di carattere letterario, la lettera vira improvvisamente e assume un tono solenne e drammatico:
Aimè Soniucka; qui ho provato un dolore molto intenso.
Un bellissimo montaggio di testimonianze, recitazione, filmati d’epoca, reading, per ricostruire l’inizio della resistenza antifascista nelle fabbriche, gli scioperi e la repressione sullo sfondo della condizione operaia del 1943.
E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio
Al lamento d’agnello dei fanciulli
all’urlo nero della madre
che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo
Alle fronde dei salici, per voto
anche le nostre cetre erano appese
oscillavano lievi al triste vento
Partendo dalla teoria del potere di Foucault, ma anche mobilitando Camus e la pedagogia delle catastrofi, Volpe si chiede se sia possibile scindere vita e biopotere, se sia cioè possibile superare definitivamente il dominio e l’oppressione umana e non umana. Tratto da Asinus novus.
Il doppio legame fra vita e potere
Ne La volontà di sapere, com’è noto, Foucault delinea una concezione inedita del potere fissando non solo un metodo e un campo d’indagine completamente divergenti da quelli proposti fino ad allora da una lunga tradizione filosofica, ma pure una nuova “ontologia”, una nuova concezione della realtà basata su uno scontro di forze organizzate strategicamente attraverso le pratiche e i saperi che attraversa capillarmente la vita degli individui.Oltre che reticolare e continuo, il potere in Foucault non è estorsivo, come per esempio nelle teorie marxiste, ma creativo e produttivo. Non è calato dall’alto, né è l’effetto delle sole strutture economiche, ma coinvolge sullo stesso piano strategie di disciplinamento multiple, che investono ogni sfera della vita. La stessa soggettivazione del singolo è l’effetto di un processo di assoggettamento attraverso pratiche e giochi di verità senza il quale non si darebbe soggetto alcuno.
Il Conflict Barometer, la pubblicazione annuale dell’Heidelberg Institute for International Conflict Research, per il 2012 registra 396 confitti in corso nell’intero pianeta, nove in più rispetto al 2011 – occorre sottolineare che secondo la metodologia utilizzata per la classificazione, all’interno di un Paese o fra Paesi diversi possono esistere più confitti contemporaneamente, a seconda degli attori (Stati, gruppi, fazioni) coinvolti. 188 sono classificati “confitti non violenti” (105 controversie e 83 crisi), 43 “guerre altamente violente” e 165“crisi violente”, per un totale quindi di 208 confitti armati, il numero più alto mai registrato dall’istituto a partire dal 1945.
I principali teatri sono l’Africa sub-sahariana (19 guerre e 37 confitti violenti), la zona dell’Asia e dell’Oceania (10 guerre e 55 confitti), il Medioriente e l’area del Maghreb (9 guerre e 36 confitti). Angola, Chad, Congo, Etiopia, Niger, Sudan, Afghanistan, Iraq, Libia, Siria le guerre maggiormente note all’opinione pubblica, ma nulla rende più l’idea della localizzazione dei confitti dello sguardo d’insieme che può offrire una mappa (vedi figura 1).
Il Rapporto Sipri 2013 (Stockholm International Peace Research Institute), relativo all’anno 2012 e pubblicato ad aprile scorso, denuncia una spesa militare globale di 1.753 miliardi di dollari, pari al 2,5% del pil mondiale. Nel conteggio sono inclusi acquisti di armamenti, spese per il personale civile, militare e paramilitare, spese di ricerca, spese per le missioni, comprese quelle definite di peacekeeping, e le spese a vario titolo contenute nei bilanci dei ministeri della Difesa dei diversi Stati. Figura 1. Fonte: Conflict Barometer 2012, Heidelberg Institute for International Conflict Research
Davvero bella la ricognizione genealogica di Galli dell’evoluzione del concetto di nemico e della guerra, pubblicata su griseldaonline in uno spazio dedicato al tema.
La prima ipotesi metodologica che governa queste pagine è che per parlare del ‘nemico’ e delle ‘immagini’ intellettuali che ne sono state prodotte è necessario comprendere, prima di tutto, il nesso che lega la guerra, nel suo rapporto con la politica, alla figura del nemico; infatti, al variare delle forme dell’una corrisponde il mutare delle rappresentazioni dell’altro. Si darà quindi, di seguito, uno schematico resoconto delle scansioni epocali che rendono possibile inquadrare l’argomento.
Ed è necessario comprendere anche – è questa la seconda ipotesi – che la categoria di ‘nemico’ ha certo a che fare con l’identità del Sé, individuale o in questo caso collettivo (il Noi), che gli si oppone; ma che il nemico non è mai il portatore di un’estraneità piena e totale, di una dissimiglianza tanto radicale che col suo solo esistere possa rafforzare per di così dall’esterno l’identità del Noi; anzi, il nemico è anche, e forse più spesso e più intensamente, il polo di una relazione, per quanto ostile; quindi, se perché si possa produrre la piena formazione del Noi c’è bisogno di un nemico da escludere, ciò significa che il Noi non può fare a meno del nemico, e che questo è in qualche modo costitutivo della nostra identità, che è quindi sempre interno a Noi.
L’amico reca il nemico in sé, non fuori di sé. Ma allora il nemico è legato alla nostra identità non solo in quanto la fa essere, ma anche in quanto la fa, potenzialmente, non essere; non solo in quanto la determina, ma anche in quanto la minaccia dall’interno. Il nemico è chi non tanto è radicalmente dissimile, quanto piuttosto è a tal punto simile – pur portatore di sottili e mortali differenze – da essere inquietante e angoscioso, ossia non solo feindlich, ma anche unheimlich. La parentela fra amico e nemico, l’essere l’uomo interno all’altro, implica anche che la pace sia potenzialmente infiltrata dalla guerra, e che cioè la guerra e la pace, pur così distanti tra loro, abbiano in realtà una segreta relazione che le mette sempre a rischio di collassare nell’indistinzione.
Il corso monografico che il prof. Bettin (Unifi) ha dedicato al conflitto sociale (a.a 2001-2001).
1. Il conflitto nelle scienze sociali. 2. Il conflitto: una definizione sociologica e problematica. 3. Il conflitto sociale nel pensiero sociologico classico. 4. Ralf Dahrendorf: nuove tendenze del conflitto di classe. 5. Lewis Coser: genesi e forme del conflitto. 6. Dahrendotf e le dimensioni empiriche del conflitto. 7. Randall Collins: conflitto e mutamento istituzionale. 8. Conflitto e comunicazione nella sociologia di Niklas Luhmann. 9 Niklas Luhmann: conflitto e complessità. 10. I nuovi conflitti sociali. 11.Globalizzazione, società multiculturale e conflitti etnici. Bibliografia.
1.Il conflitto nelle scienze sociali
Il concetto di conflitto è senza dubbio un concetto centrale nell’apparato conoscitivo elaborato dalle scienze sociali contemporanee. La sua importanza è ampiamente testimoniata dalla vastissima bibliografia dedicata al tema da alcune discipline non sempre strettamente apparentabili come l’economia, l’antropologia culturale, la psicologia sociale e la sociologia. Non a caso il concetto di conflitto è stato adottato come una delle chiavi di lettura della variegata fenomenologia sociale del nostro tempo ed ha rappresentato il fulcro di una teoria generale dalle molteplici applicazioni da cui si è originata una disciplina distinta: la polemologia. Non è questa la sede più idonea per effettuare una rassegna delle definizioni che del conflitto sono state date anche perché ogni scienza sociale presenta una definizione specifica congruente con il suo punto di vista analitico ed insiste su di un ambito altrettanto specifico di applicazione. E’ comunque opportuno qualche esempio.
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