Piero Delbello ha accolto tre classi della nostra scuola in viaggio d’istruzione sui luoghi delle guerre del secolo scorso, per raccontarci lo sradicamento degli sfollati istriani e giuliano dalmati tra le cose abbandonate al Magazzino 18 del Porto vecchio di Trieste.
«È un posto strano, questo. Il tempo si è fermato qui. È come una Pompei contemporanea. 2000 metri cubi di cose di chi se n’è andato, è passato, è emigrato e non è tornato a riprendersele. Una storia difficile, controversa, che puzza di silenzi e di morte …»
che, infine, nemmeno il direttore dell’Istituto Regionale per la Civiltà Istriano-Fiumano-Dalmata può raccontare fluidamente, ma gli esce a frammenti, per immagini, come quella del nonno contadino dallo sguardo fisso fuori dalla finestra, ammutolito dallo spaesamento che saluta il nipote cinquenne a grugniti e cenni del capo.
Sotto il racconto di Simone Cristicchi, qui un documentato resoconto di quelle che l’istituzione del giorno del ricordo derubrica a «complesse vicende» del confine italo-jugoslavo, ad indicare la convivenza delle differenze etniche, religiose e politiche prima della destabilizzazione fascista, l’assimilazione forzata degli slavi di Trieste e i massacri dell’esercito italiano in Slovenia, il campo di concentramento italiano di Rab, le foibe, la cessione della Venezia Giulia alla Jugoslavia e l’esodo di chi scelse di andarsene.
Il commovente monologo Mi’ padre partigiano, originariamente in A me gli occhi please, del 1976, è stato pubblicato sul profilo Fb di Animali politici.
Fa bene al cuore!Oggi che si aggrediscono gli avversari politici e si offende chi ha un colore della pelle diversa, guardate questo video.E se vi va, facciamolo girare!
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L’infanzia come possibilità e alternativa al mondo adulto, lo sberleffo popolare e la critica sociale in Gianni Rodari di cui oggi ricorre il 29 anniversario della morte.
Indice
1. Una scuola grande come il mondo
1.1 RadioRai3, Sognando in grande 1.2 C’era due volte Gianni Rodari
2. Boero, DeLuca,Gianni Rodari
2.1 La lingua di Gianni Rodari
1. Una scuola grande come il mondo
C’è una scuola grande come il mondo.
Ci insegnano maestri e professori,
avvocati, muratori,
televisori, giornali,
cartelli stradali,
il sole, i temporali, le stelle.
Ci sono lezioni facili
e lezioni difficili,
brutte, belle e così così…
Si impara a parlare, a giocare,
a dormire, a svegliarsi,
a voler bene e perfino
ad arrabbiarsi.
In una sua performance l’artista Marina Abramovic ha voluto mostrare il potere del contesto su spiriti impreparati alla riflessione e alla comprensione degli eventi,confermando i risultati dei celebri esperimenti di psicologia sociale di Zimbardo, Milgram, Sherif ed altri.
In una delle sue opere è rimasta immobile per 6 ore e ha chiarito che non si sarebbe mossa a prescindere da ciò che le sarebbe stato fatto.
Su un tavolo ha messo 72 oggetti, alcuni erano di piacere, altri di distruzione, fiori, piume, profumi, un coltello, un’arma da fuoco carica. Ha invitato le persone a usare gli oggetti che volevano nel modo che preferivano.
“Inizialmente erano pacifici e timidi, ma rapidamente è iniziata un’escalation di violenza. Quello che ho imparato è che se lasci la decisione al pubblico, possono ucciderti. Mi sono sentita davvero violentata, mi hanno tagliato i vestiti, mi hanno piantato spine di rosa nello stomaco, uno mi ha messo la pistola alla testa, un altro l’ha portata via. Hanno creato un’atmosfera di aggressività. Dopo 6 ore mi sono alzata e ho iniziato a camminare tra il pubblico. La gente se ne andava, non riuscivano a guardarmi in faccia. Scappavano al confronto”.
Quest’opera rivela qualcosa di terribile dell’umanità, simile a quanto dimostrato dall’esperimento di obbedienza all’autorità di Stanley Milgram. Dimostrano quanto velocemente una persona possa farti del male in circostanze favorevoli.
Dimostra quanto sia facile disumanizzare una persona che non combatte, che non si difende.
Dimostra che se viene fornito lo scenario adatto, la maggior parte delle persone, apparentemente normali, non avrà coscienza della crudeltà perpetrata dagli altri, che a loro volta sembrano normali.
Acquerello del XVII sec. raffigurante il Semper augustus, venduto a un prezzo record
Il primo giorno dello scambio culturale dell’anno scorso con il Liceo Marianum di Groenlo (NL), dove stiamo per tornare. Il giardino dei tulipani più celebre e grande del mondo, fa tornare alla mente il commercio dei bulbi in cui gli olandesi si impegnarono fin dal ‘600, inventando le vendite allo scoperto (short selling), i futures, la speculazione. La “bolla dei tulipani” fu il primo caso di crack finanziario della storia.
Jean-Léon Gerôme, The Tulip Folly, 1882
Tra il 1636 e il 1637, nel Secolo d’Oro olandese, la crescita della domanda dei pregiati bulbi di tulipano (divenuto uno status symbol della classe media), l’impennata del loro prezzo (un singolo bulbo giunse a costare un migliaio di fiorini, il reddito medio di un anno in Olanda) e la speculazione (si vedevano bulbi anche fuori delle borse merci, sell-over-the counter, nelle locande e negli ostelli), generarono una bolla finanziaria causata dall’allontanamento del prezzo di mercato dei bulbi dalle condizioni di mercato.
Un’asta di bulbi andata deserta (febbraio 1637), scatenò così il primo caso di panico da vendite della storia e il catastrofico crollo del valore del tulipano che travolse l’economia e migliaia di famiglie in Olanda e in tutta Europa.
La scuola di adattamento al disadattamento in cui consiste l’Erasmus nell’efficace racconto di Alessandro Volpi per Senso Comune.
Come molti giovani europei anche io sono partito per uno scambio Erasmus: dopo quasi tre mesi mi concedo qualche riflessione che vuole essere il più generale possibile, in cui i soggetti che compaiono sono – citando Marx – delle semplici “maschere di rapporti sociali”, per cui non se ne abbia a male nessuno, visto che lo stesso scrivente è ben dentro quei processi che cerca di descrivere.
L’articolo, uscito su Repubblica.it a cura di Tina Simoniello, riferisce i risultati di una ricerca americana su linguaggio e maturità personale pubblicata su Nature Human Behavior.
Le parole, quelle che usiamo tutti i giorni e che poco hanno che vedere col nostro curriculum scolastico, sono un po’ come dei marcatori, indicatori del nostro livello di Ego, cioè dello stadio di sviluppo o maturazione della personalità degli individui in termini cognitivi, di pensiero, sociali e morali.
Questa è la conclusione, sebbene semplificata, di una ricerca sul linguaggio parlato realizzata da psicologi Usa e pubblicata su Nature Human Behavior.
1. Il livello dell’ego e le parole
Gli autori dello studio hanno utilizzato 44mila brevi testi parlati raccolti in 25 anni dal Washington University Sentence Completion Test (Wusct), uno strumento che psicologi e psichiatri utilizzano da tempo per misurare l’Ego level. Per l’analisi dei linguaggi i ricercatori si sono serviti del Linguistic Inquiry and Word Count (Liwc), un sistema validato che, sulla base del conteggio delle parole e la valutazione della sintassi di testi, costruisce 81 categorie di linguaggio.
Le dispense utilizzate da Kant nel suo insegnamento quasi decennale di pedagogia all’Università di Könisberg, furono pubblicate un anno prima della sua morte a cura dell’allievo Friedrich Theodor Rink.
Il fatto che Kant non si sia preso cura di pubblicarle durante la sua attività, potrebbe indurci a credere che la riflessione sull’educazione abbia un ruolo marginale nella sua opera. Ma, l’intero suo pensiero filosofico, al contrario, può essere considerato l’indicazione di un percorso di autoeducazione della ragione.
Indice
1.L’autoeducazione della ragione nell’opera di Kant
1.1Libertà e natura umana 1.2L’autonomia della ragione nel sapere aude
2. L’educazione come umanizzazione
2.1 La formazione della personalità: dall’anomia all’autonomia 2.2 L’anomia nel bambino e il disciplinamento 2.3 L’eteronomia nel fanciullo e l’interiorizzazione della norma 2.4 La conquista dell’autonomia
3.L’etica kantiana nella filosofia contemporanea
3.1 Dall’interiorizzazione di un modello condiviso alla scoperta della morale universale 3.2Dalla natura, comunità o Dio alla morale razionale
1.L’autoeducazione della ragione nell’opera di Kant
La ragione si sottomette solo ed esclusivamente alla legge che essa stessa si dà.
[Pensare, significa quindi] cercare in se stessi [non nell’io, ma nella ragione, NDR.] la pietra ultima di paragone della verità.
Non bisogna insegnare pensieri, ma insegnare a pensare.
Che cosa significa orientarsi nel pensare?, 1786
Nel suo complesso, l’opera kantiana può essere considerata un percorso di autoeducazione della ragione.
Nella Critica della ragion pura (1781), infatti, la ragione si rivolge a se stessaper garantirsi della possibilità di conoscere e sapere entro quali limiti [vedi il tribunale della ragione pura (4)], ma può farlo solo dopo aver rinunciato alle proprie illusioni, cioè dopo aver chiarito a se stessa il funzionamento delle proprie facoltà e la natura delle proprie eccessive pretese [vedi la Dialettica trascendentale (10)].
Un utile articolo sul presente dell’economia e sull’elisione dell’aggettivo «politica» che negli ultimi trent’anni ha trasferito ideologicamente questo sapere dal campo delle scienze umane a quello delle scienze esatte. Tratto da Micromega.it.
In un recente articolo sul blog lavoce.info, il prof. Guido Tabellini, ex Rettore dell’Università Bocconi, propone un’entusiastica recensione di un libro di due autori francesi – Pierre Cahuc e André Zylbrerger, un vero best seller – sul c.d. “negazionismo economico”. La tesi di fondo è che
la conoscenza economica ha ora solide basi empiriche e le sue prescrizioni sono diventate più affidabili” e ciò nonostante “questi progressi sono spesso ignorati al di fuori della disciplina, con la conseguenza che il dibattito di politica economica è di frequente viziato da pregiudizi ideologici.
È evidente il presupposto dal quale Cahuc, Zylberger e e il prof. Tabellini partono: l’Economia è una scienza esatta, esiste un’unica ‘verità in Economia alla quale si arriva mediante un processo di continua e progressiva eliminazione di errori, l’Economia è una scienza sperimentale il cui statuto metodologico è (o deve tendere a) quello delle scienze della natura.
Non è una tesi nuova e le obiezioni rivolte a questo modo di concepire l’Economia sono state e sono molteplici.
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