18 Luglio, 2016

Olmo Viola, La biodiversità della Terra? Batteri e … poco altro

by gabriella

batteriUn nuovo albero della vita fa luce su come i veri signori del pianeta siano i batteri, le cui scoperte correlate aprono nuove prospettive d’indagine. Forse gli eucarioti sono solo un ramoscello fra gli archeobatteri e i domini principali della vita vanno ancora una volta ridisegnati. Nuovi inattesi microrganismi sono stati scoperti e attendono di essere studiati a fondo. Tratto da La mela di Newton.

 

“I Think”

Darwin Tree, 1837

Darwin Tree, 1837

esordì Charles Darwin a principio di pagina 36 del suo taccuino B, e subito sotto disegnò quello che stava pensando: uno schema ramificato che voleva rappresentare rapporti di parentela e di discendenza fra specie, ciò che noi oggi chiamiamo “albero della vita”.

archeobatteri

Archeobatteri

A dire il vero più che a un albero assomigliava a un più irregolare corallo, tant’è che già nelle pagine precedenti aveva realizzato sui fogli degli schizzi riconducibili proprio a coralli[1]. In quel disegno riassumeva i concetti su cui stava costruendo la sua teoria: evoluzione, discendenza comune, estinzione. Usò quello scarabocchio privato per rendere visibili le idee fondamentali e connetterle graficamente. In un attimo quell’ipotesi visuale diveniva un modello esplicativo fecondo. Negli anni successivi abbandonò la prospettiva di definirlo corallo e si convinse a usare la più comprensibile e popolare metafora dell’albero, che poteva cooptare da un contesto di significati già diffuso: l’albero genealogico che ogni famiglia possedeva (almeno quelle nobili). Ma pochi avrebbero apprezzato l’idea di Darwin di inserire tra i ritratti degli antenati più antichi quella di un progenitore scimmiesco, di un anfibio e di un rettile. E visti gli ultimi aggiornamenti si può immaginare che lo stesso Darwin si sarebbe sorpreso se avesse potuto osservare uno degli ultimi alberi genealogici elaborati quest’oggi: chi non si sorprenderebbe nel vedere in cima alla propria genealogia un archeobatterio?

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18 Luglio, 2016

Olmo Viola, Gay si nasce? Una sfida scientifica

by gabriella

simon-levayPerché alcune persone sono eterosessuali e altre omosessuali? Come si sviluppa l’orientamento sessuale? Sono domande interessanti a cui sono state fornite risposte di vario tipo, la maggior parte delle quali insoddisfacenti. Per dirimere la questione il neuroscienziato Simon LeVay propone ora un approccio biologico multifattoriale che permette di fondare un nuovo programma di ricerca, più centrato sulle differenze individuali che su quelle delle categorie standard. Tratto da La mela di Newton.

“Sebbene la questione del “che cosa rende le persone gay” abbia ancora qualche risonanza sociale, politica e legale, adesso la maggior parte dei ricercatori considera l’orientamento sessuale come qualcosa che vale la pena di studiare semplicemente perché rappresenta un aspetto significativo della diversità propria dell’essere umano” – Simon LeVay

Il problema

Gender-identity“Eterosessuali si nasce o si diventa?”: questa domanda suscita solitamente meno curiosità rispetto alla questione dell’origine dell’omosessualità. Eppure si tratta del medesimo problema letto da due punti di vista differenti, cioè dell’origine dell’orientamento sessuale, il quale si può esplicitare in eterosessualità, omosessualità e bisessualità, con sfumature variabili all’interno di ognuna di queste macro-categorie.

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15 Luglio, 2016

Diam’s, La Boulette

by gabriella

Boulette vuol dire polpetta. Diam’s ironizza sul suo fisico rotondo, circondata di ragazzi che ripetono “C’est pas l’école, c’est pas l’école qui nous a dicté nos codes”: non è la scuola, non è la scuola a dettarci le regole. Siamo la generazione del NO. Tratto da Dans ma boule.

Ecco il testo e la traduzione che ne ho tentato:

Alors ouais, j’me la raconte, ouais, ouais, je déconne
Nan, nan, c’est pas l’école qui m’a dicté mes codes
On m’a dit qu’t’aimais le rap, voilà de la boulette
Sortez les briquets, il fait trop dark dans nos têtes

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15 Luglio, 2016

Diam’s, Ma France à moi

by gabriella

Quando è uscita questa clip, nel 2006, i roghi della banlieue nord erano appena stati spenti (https://it.wikipedia.org/wiki/Rivolte…) e l’islamizzazione della rivolta ancora agli inizi.

Ho tradotto questo brano per affrontare il tema della lotta per il riconoscimento che i francesi di prima generazione conducono nel confronto stridente tra la loro emarginazione e gli ideali della République.

Ma France à moi è tratta dal Dans ma bulle, inciso nel 2006 dalla rappeuse Diam’s.

La mia Francia

La mia Francia parla forte, vive in cima ai sogni,
vive in gruppo, parla di sangue e detesta le regole,

Marina la scuola, il più delle volte per non far niente
Gioca a pallone sotto il sole, spesso con della Coca Cola in gola

E’ l’hip hop che la fa ballare sulle piste
Qualche volta mette un po’ di rock, si, se la melodia è triste

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13 Luglio, 2016

Nicola Antonucci, La sfida della complessità

by gabriella

reti biologicheUna bella introduzione all’origine, all’importanza, agli sviluppi e ai limiti della teoria della complessità, con un’ottima illustrazione di concetti chiave quali quelli di fenomeno emergente e margine del caos. Tratto da La mela di Newton.

 

L’importanza della teoria della complessità

La teoria della complessità, innanzitutto, non è una teoria scientifica in senso stretto. Meglio sarebbe parlare (e in effetti alcuni autori lo fanno) di “sfida della complessità” oppure “pensiero della complessità” o, meglio ancora, “epistemologia della complessità”. E’ proprio come prospettiva epistemologica, infatti, che la complessità svolge un ruolo cruciale nel pensiero contemporaneo. Questo perché la complessità comporta tre novità epistemologiche ugualmente rilevanti: una nuova alleanza tra filosofia e scienza, un nuovo modo di fare scienza, una nuova concezione dell’evoluzione naturale.

 

psicologia

psicologia

antropologia

antropologia

1) La “nuova alleanza”. Nella seconda metà del XIX secolo i pensatori occidentali hanno cominciato a problematizzare il rapporto filosofia-scienza e, dopo averlo trasformato in problema, hanno cominciato a cercarne delle soluzioni. Due fattori sono stati determinanti in questo processo di problematizzazione: da un lato la critica dell’idealismo hegeliano, sfociata nell’idea di un inevitabile auto-superamento della filosofia (Marx, Kierkegaard, Nietzsche); d’altro lato le nuove scienze, che hanno intrapreso una “colonizzazione” di quello che era cartesianamente riconoscibile come il territorio privilegiato dell’indagine filosofica: il campo del pensiero (sia individuale, conquistato dalla psicologia, dalla logica matematica e dalla linguistica, sia relazionale, conquistato da sociologia, antropologia e storiografia).

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13 Luglio, 2016

Antonio Pieretti, Il rifiuto della morte nella cultura contemporanea

by gabriella

luttoLo stralcio introduttivo di un testo filosofico sul senso della vita e della morte nell’epoca contemporanea.

«Nel XIX secolo era dappertutto presente: cortei funebri, abiti da lutto, estensione dei cimiteri e della loro superficie, visite e pellegrinaggi alle tombe, culto della memoria. Ma questa pompa non nascondeva l’affievolirsi dell’antica familiarità, l’unica veramente radicata? In ogni caso, questo eloquente scenario di morte si è dissolto nell’epoca nostra, e la morte è divenuta l’innominabile. Ormai tutto avviene come se né io, né tu, né quelli che mi sono cari, fossimo più mortali»[1].

Così scrive Philippe Ariés nell’ormai nota Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri, e gli fa eco Jean Baudrillard, il quale afferma:

«Al giorno d’oggi non è normale essere morti… Essere morti è un anomalia impensabile, rispetto alla quale tutte le altre sono inoffensive. La morte è una delinquenza, una devianza incurabile»[2].

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12 Luglio, 2016

Henry David Thoreau, Disobbedienza civile

by gabriella
Henry David Thoreau

Henry David Thoreau (1817 – 1862)

Uno stralcio del saggio introduttivo di Dario Antiseri all’edizione RCS [Milano, 2010] di Civil Disobedience A Plea for Captain John Brown, testo fondativo della resistenza civile e prima teorizzazione contemporanea [dopo l’Apologia di Socrate, l’Antigone e il Vindiciae contra tyrannos (1573)] della necessità di opporsi ad una legge ingiusta perché, come aveva osservato Hume,

«la libertà non si perde tutta in una volta, e questo vale anche per la dignità e la giustizia».

 

La puntata dedicata alla disobbedienza civile di Tutta l’umanità ne parla.

È con vero entusiasmo che sottoscrivo il motto: «Il miglior governo è quello che governa meno». Mi piacerebbe che fosse realizzato il più rapidamente e sistematicamente possibile. In realtà si riduce a questo, che il miglior governo «è quello che non governa affatto» e anche in ciò credo fermamente.

La prigione, in uno stato schiavista, è l’unica dimora
ove un uomo libero possa abitare con onore.

D. H. Thoreau, Civil Disobedience

Henry David Thoreau nasce a Concord, nel Massachusetts, il 12 luglio 1817 dove morirà di tisi il 6 maggio 1862. Terzo dei quattro figli di John Thoreau e Cynthia Dunbar, segue la famiglia prima a Chelmsford e poi a Boston, per ritornare infine a Concord nel 1823. Nel 1833 riesce a entrare all’Harvard College, dove studia matematica, lingue e letteratura tedesca. Dopo la laurea nel 1837, fonda una scuola privata, la Concord Academy. E ha modo di diventare amico e discepolo del filosofo trascendentalista Ralf Waldo Emerson (1803-1882) il quale viveva a Concord sin dal 1834.

«Ciò che chiamiamo trascendentalismo — scriveva Emerson – non è che l’idealismo: l’idealismo così come appare oggi, nel 1842».

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10 Luglio, 2016

Francesco Suman, Teorie del complotto

by gabriella

Le teorie del complotto, proponendo versioni ipersemplificate della realtà sociale, presentano un’architettura esplicativa, finalistica e intenzionale, del tutto simile alla teoria dell’Intelligent Design che mirerebbe a spiegare la complessità del mondo naturale come prodotto di un agente superiore. La diffusione della disinformazione online è considerata una delle più serie minacce per la società odierna. Per questo i complottismi non vanno liquidati con quattro risate, ma colti per quello che sono: campanelli d’allarme. Tratto da La mela di Newton.

misinformation

Viviamo nell’era della condivisione dell’informazione: facebook, twitter, youtube, google plus, instagram, snapchat, sono alcuni dei più fruiti social media attraverso cui scorrono flussi rumorosi di informazioni di ogni tipo. Possiamo improvvisarci giornalisti filmando con lo smartphone un atto di vandalismo o le conseguenze di un’alluvione e caricarlo su youreporter per rendere testimone il mondo intero. Abbiamo un accesso potenzialmente illimitato e subitaneo a informazioni provenienti da ogni angolo del globo. Eppure, uno studio che ha fatto il giro del mondo, pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS da un gruppo di studiosi italiani che lavora al laboratorio di Computational Social Science dell’Istituto IMT Alti Studi di Lucca, diretto da Walter Quattrociocchi (The spreading of misinformation online), afferma che viviamo nell’era della disinformazione. Com’è possibile? È presto detto.

È noto che online girano tante bufale, informazioni non verificate e non filtrate che si diffondono in modo virale fino a costituirsi in leggende metropolitane o teorie del complotto. Si passa dai sempreverdi avvistamenti UFO alla presenza sulla terra di extraterrestri rettiliani, alcuni dei quali sarebbero persino piazzati in strategiche posizioni di potere. Lo sbarco sulla Luna? Mai avvenuto. Le scie chimiche lasciate dagli aerei in quelle giornate terse sono un lento strumento di avvelenamento della popolazione da parte di un potere occulto, ma c’è anche la variante secondo cui servirebbero a influenzare il cambiamento climatico.

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10 Luglio, 2016

Unioni civili: dai PACS ai DICO

by gabriella

7 Luglio, 2016

Il Papalagi 

by gabriella

Discorsi del capo Tuiavii di Tiavea delle Isole Samoa secondo Eric Scheuermann (presunto traduttore tedesco, 1920). Qui il testo integrale.

 Il Papalagi è continuamente preoccupato di coprire ben bene la sua carne. […] Il corpo del Papalagi è ricoperto dalla testa ai piedi di panni, stuoie e pelli, in maniera così fitta e spessa che non un occhio umano vi può giungere, non un raggio di sole, così che il suo corpo diventa smorto, bianco e appassito come i fiori che crescono nel profondo della foresta vergine.

[…] I piedi infine vengono avvolti in una pelle morbida e in una molto rigida. Quella morbida è per lo più elastica e si adatta facilmente al piede, al contrario di quella rigida. Anche questa è fatta con la pelle di un robustissimo animale, la quale viene lasciata a bagno nell’acqua, poi raschiata con un coltello, battuta e stesa al suolo fino a che si è completamente indurita. Con questa il Papalagi si costruisce poi una sorta di canoa dal bordo molto alto, grande giusto quanto basta per farvi entrare il piede. Queste barche da piedi vengono poi legate e allacciate con cordoni e ganci intorno alla caviglia, così che il piede resta chiuso in un rigido guscio, come il corpo di una lumaca di mare. Queste pelli da piedi il Papalagi se le porta addosso dal levar del sole fino al tramonto, con esse fa i suoi viaggi, danza e le porta anche quando fa caldo come dopo la pioggia tropicale. Poiché tutto ciò è assai innaturale, come il bianco del resto ben comprende, e rende i piedi come morti, tanto che cominciano a puzzare, e poiché in effetti la maggiore parte dei piedi europei non sanno più afferrare una cosa o arrampicarsi su una palma, per tali ragioni il Papalagi cerca di nascondere la sua follia ricoprendo la pelle di questo animale, che al naturale sarebbe rossastra, con molto sudiciume, che poi rende lucido a furia di strofinare, così che gli occhi non possono sopportarne il luccichio e si volgono altrove. […]

Il Papalagi vive in un guscio solido come una conchiglia marina. Vive fra le pietre come la scolopendra fra le fessure della lava. Le pietre sono tutt’intorno a lui, accanto e sopra di lui. La sua capanna somiglia a un cassone di pietra messo in piedi. Una cassa che ha molti scomparti ed è tutta bucata. C’è un solo punto in cui si può entrare e uscire da questa cassa di pietra. Questa apertura il Papalagi la chiama ingresso quando entra nella capanna, uscita quando ne esce fuori, sebbene entrambe siano una sola e unica cosa. In questa apertura c’è una grande ala di legno che bisogna spingere con forza per poter entrare nella capanna. Ma anche così si è soltanto al principio e bisogna spingere ancora parecchie ali prima di essere veramente nella capanna. […] Se la famiglia sta in alto, proprio sotto il tetto della capanna, allora bisogna salire molti rami a zigzag o in tondo, fino a che si arriva al punto dove il nome della famiglia sta scritto sul muro. Lì ci si trova davanti un grazioso capezzolo femminile finto sul quale si preme fino a che risuona un grido che chiama la famiglia. La famiglia guarda attraverso un piccolo buco rotondo munito di piccoli ferri, per vedere se si tratta di un nemico. In tal caso non apre. Se invece riconosce l’amico, allora subito slega una grossa ala di legno, accuratamente serrata, e la tira verso di sé, in modo che l’ospite attraverso il passaggio possa entrare nella capanna vera e propria. Questa è a sua volta divisa da molte ripide pareti di pietra, e si passa di ala in ala, da un cassone a un altro cassone sempre più piccolo. Ogni cassone, che il Papalagi chiama stanza, ha un buco (quando è grande anche due o tre) attraverso il quale entra la luce. Questi buchi sono chiusi con un vetro, che si può togliere quando si vuole far entrare aria fresca nei cassoni, cosa quanto mai necessaria. Ci sono però anche molti cassoni senza buchi per l’aria e per la luce. Un samoano morirebbe ben presto soffocato in questi cassoni, perché qui non passa mai un soffio d’aria fresca come in qualsiasi capanna delle Samoa. E anche gli odori della cucina cercano una via d’uscita. Spesso però anche l’aria che viene da fuori non è migliore; e si fatica a capire come una creatura qui non debba morire, come per la nostalgia dell’aria non diventi un uccello, come non gli crescano le ali per potersi levare in volo e andarsene dove c’è aria e sole. […]

Fra questi cassoni il Papalagi trascorre dunque la sua vita. Sta ora in questo, ora in quel cassone, secondo l’ora e il momento. […] In questa maniera vivono in Europa tante creature quante sono le palme che crescono a Samoa, anzi, molte di più.

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