Veena Dubal insegna all’Università della California e studia l’impatto delle tecnologie sui diritti dei lavoratori. La California e San Francisco sono un buon posto dove farlo e per più di dieci anni, Dubal, ha condotto centinaia di interviste. La studiosa era ospite per una conferenza su regole e organizzazione dei lavoratori delle piattaforme della Classe di scienze politico-sociali della Scuola Normale Superiore. Con lei abbiamo parlato di quella che definisce «discriminazione salariale algoritmica».

Lei sostiene che il modo di regolare il lavoro e pagarlo nella platform economy cambia la natura del rapporto di lavoro.

I salari algoritmici sono stati sperimentati per la prima volta in quella che chiamiamo la gig economy, quelle aziende che fingono che i loro lavoratori siano imprenditori indipendenti. Inizialmente, nel settore della consegna di cibo a domicilio i lavoratori ricevevano una percentuale fissa sul costo della consegna. Un pagamento molto, molto basso ma prevedibile. Quella quota era la stessa per tutti i lavoratori. Di colpo le cose sono cambiate e le persone hanno cominciato a percepire paghe diverse per lo stesso lavoro. A due lavoratori veniva offerto lo stesso lavoro e guadagni diversi.

È il trasferimento della discriminazione di prezzo nei confronti dei consumatori, tariffe aeree diverse in base alla tua posizione, in base alle abitudini di acquisto o a qualsiasi cosa gli algoritmi possano determinare una propensione a pagare di più o di meno. Lo stesso tipo di logica che si applica oggi per determinare i salari nella platform economy. L’avvento del salario orario durante la rivoluzione industriale ha cambiato il modo in cui le persone percepiscono il tempo in generale, ma è stato anche il fondamento della giornata lavorativa di otto ore, della retribuzione degli straordinari, dell’idea di un salario dignitoso, che ci fosse una qualche connessione tra tempo e salario, e che i lavoratori potessero non solo prevederlo, ma anche contrattare.

Il processo algoritmico di discriminazione salariale separa tempo e retribuzione, in modo che non si sappia per quanto tempo si dovrà lavorare per guadagnare una determinata cifra. Inoltre mina il concetto di parità di retribuzione per pari lavoro, l’idea che tu ed io, se abbiamo le stesse competenze, abbiamo svolto la stessa mansione per lo stesso tempo, otterremmo all’incirca lo stesso salario. Non si tratta solo di un processo che comprime i salari e rende il lavoro più precario, ma anche di uno strumento antisindacale, perché i salari differenziati sono un modo per dividere i lavoratori.

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Ho studiato questo gruppo chiamato Rideshare Drivers United, un sindacato non ufficiale di oltre 20mila lavoratori. Mi sentivo spesso dire:

«Vorrei solo tornare a un sistema in cui riceviamo una percentuale su ogni corsa».

E mi chiedevo come mai volessero tornare a quelle percentuali minime. Col tempo ho capito che il motivo erano le certezze. Oggi ricevono un prezzo e devono decidere se accettarlo senza sapere su cosa si basi. La loro non era solo frustrazione o rabbia, parlavano spesso del lavoro come di una scommessa. Una giornata che va bene ti incentiva a giocare ancora, una che va male a giocare per rifarti. Non è solo un’analogia, infatti le aziende utilizzano gli stessi tipi di intuizioni di psicologia sociale che usano le aziende di gioco d’azzardo online. Poi c’è il l’incertezza, l’emozione, proprio come nel gioco d’azzardo.

Parliamo di premi, incentivi e simili, anche qui mi pare ci siano meccanismi non proprio chiari.

Tra le novità c’è questo sistema in cui si viene pagati su una carta di debito integrata con la app. Così capita che ti si dica:

«Abbiamo notato che sei un po’ a terra. Hai bisogno di un prestito? Lo paghi con il tuo stipendio».

Ma la paga è stabilita dall’algoritmo, e mentre restituisci, la paga a consegna sarà più bassa, in maniera che servano più corse per finire di pagare.

Oppure c’è l’incentivo per andare a lavorare in un’area scoperta, salvo poi scoprire che c’è meno lavoro e che quindi si guadagnerà meno anche venendo pagati di più. Se fossi dipendente avresti un salario e ti direbbero «vai a coprire quel quartiere».

Oppure ci sono i bonus, forme di incentivo e modo per non perdere personale, che averne sempre molto a disposizione è essenziale perché il servizio sia efficiente. Il bonus funziona così: se fai 50 corse riceverai 100 dollari extra. Ma man mano che ti avvicini a quota 50 il numero di corse diminuisce, in maniera che tu rimanga in giro invece di dirti «ok, ho preso il bonus, torno a casa».

Peter Thiel, uno dei miliardari della Silicon Valley che ha appoggiato Donald Trump, sosteneva che la tecnologia potesse essere un modo per cambiare le cose senza il consenso, senza la politica [vedi Lessig, Code is law, nota mia]. In effetti la tecnologia ha trasformato il nostro mondo, ma non ha eliminato la politica, ne sta promuovendo il carattere autoritario. Si usa l’intelligenza artificiale per filtrare i video di sorveglianza e individuare le posizioni di chi protesta o dei lavoratori senza documenti, o per scoprire quali studenti stranieri abbiano detto o scritto le cose sbagliate. E nel mondo del lavoro, le tecnologie affinate per assumere, licenziare, valutare, manipolare e retribuire i lavoratori a chiamata si sono estese e sono integrate in sistemi software di intelligenza artificiale acquistati dai datori di lavoro di tutti i settori. Sono già in uso per assumere, valutare, licenziare operatori sanitari, addetti alla logistica, informatici e operai manifatturieri. Difficile immaginare un sistema più distopico.

Così gli over 50 finisocno a fare i rider